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Barack e Benjamin: perché Obama appoggia Netanyahu

I rapporti tra il presidente statunitense e il primo ministro israeliano sono stati all'insegna della tensione per anni, ma ora, Obama ha deciso di appoggiare la politica di Netanyahu sull'attacco contro Gaza. Perché ? Per non farsi dire di no su tutto il resto delle questioni aperte in Medioriente

Ansa/Avi Ohayon

L'ultima missione di Hillary Clinton è la più importante. Come ha spiegato dopo l'incontro con il primo ministro israeliano, il Segretario di Stato lavora "per una soluzione duratura che promuova la stabilità regionale". Gli Stati Uniti vogliono che la fine della guerra di Gaza determini la nascita di nuovi equilibri in Medioriente e puntano a essere tra coloro che disegneranno la nuova mappa.

Tutto questo passa (anche) attraverso la fine delle tensioni tra Barack Obama e Benjamin Netanyahu. Il presidente lo sa bene. Non solo a causa della storica allenza tra i due paesi, ma anche per motivi contingenti, ha deciso di appoggiare l'uomo che ha tifato per il rivale Mitt Romney nell'ultima campagna elettorale, il capo di governo che l'ha criticato pubblicamente, l'ospite straniero che ha chiesto un incontro alla Casa Bianca e che, invece, ha ricevuto la porta in faccia da parte di Obama.

Mai a un livello così basso come negli ultimi due anni, in questi giorni, le relazioni tra Israele e Stati Uniti riprendono quota grazie alla decisione di Obama di offrire una sponda a Benjamin Netanyahu. Senza dubbi, il presidente americano ha indicato Hamas come responsabile dello scoppio del conflitto; senza incertezze, ha inviato il suo Segretario di Stato nella regione e la prima tappa del suo viaggio è stata Israele; senza alcun tentennamento, Hillary Clinton ha chiesto ad Abu Mazen di posticipare la richiesta all'Onu di accreditare come stato non membro l'Autorita' nazionale palestinese, prevista per il 29 novembre.

L'alleanza tra i due paesi non mai stata messa in dubbio, come spesso hanno ricordato i protagonisti. Ma le differenze tra Obama e Netanyahu sono state troppo marcate in questi anni per permettere ai due di fare il cammino insieme. Ora, per il primo è il momento di riprendere il filo del dialogo (vero) che era stato interrotto alcuni mesi fa. Per Israele è importante (e rassicurante) sapere che l'inquilino della Casa Bianca è vicino e solidale. Per Benjamin Netanyahu (tra poco impegnato nelle elezioni politiche) quasi un endorsement.

Ma non si fa niente per niente. Barack Obama dice si ora a Benjamin Netanyahu per non sentirsi dire di no in futuro; si schiera senza alcun dubbio dalla sua parte adesso, per mettere condizioni più avanti, quando sarà necessario; accetta le posizioni di Israele in modo (quasi) totale per avere un analogo atteggiamento nei mesi a venire, quando anche gli Stati Uniti avranno delle richieste da fare nei confronti del governo israeliano.

Più Barack Obama si mostra disponibile con il primo ministro israeliano e più riesce a riprendersi lo spazio (ma anche il peso specifico) nel rapporto con lui. Non solo può dialogare, ma può anche tentare di indirizzarne le decisioni. Non sarà facile trovare un vero feeeling tra i due (impresa quasi impossibile), ma è anche vero che Obama e Netanyahu possono collaborare per determinare i nuovi equilibri nel Medioriente.

Da quando è scoppiata la crisi di Gaza, i due si sentono quasi quotidianamente. Sanno che devono lavorare insieme e che le vecchie ruggini di un tempo potrebbero essere cancellate dalla necessità di affrontare le nuove sfide. Tra cui, quella di comprendersi, l'uno con l'altro: in nome della stabilità e della sicurezza della regione.

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