Esteri

"La morte del multiculturalismo è una balla"

Alessandro Politi, analista politico ed esperto di terrorismo, racconta i retroscena della decapitazione di Londra e spiega come l'intelligence può prevenire tragedie di questo genere

Londra. Una donna deposita fiori sulla scena della decapitazione del soldato britannico per mano di un'estremista islamico di origini nigeriane (Credits: Epa/Facundo Arrizabalaga)

La drammatica decapitazione di Londra e, prima ancora, la follia del “picconatore” di Milano, passando per le bombe alla maratona di Boston. Volti diversi della medesima violenza. Londra e Washington lanciano lo stesso allarme sulla prossima sfida nella lotta al terrorismo, l'homegrown terrorism, e si interrogano sulle strategie migliori per disarmare i cosiddetti terroristi della porta accanto.

Ma la gente comune, in Gran Bretagna come nel resto del mondo, si chiede se in realtà il modello del “multiculturalismo”, tanto osannato dal premio Nobel per l'Economia Amartya Sen, funzioni ancora o se ormai è morto e sepolto. Panorama.it lo ha chiesto ad Alessandro Politi, analista politico e strategico esperto di terrorismo.

Dopo i tragici fatti di Londra ci si chiede se il multiculturalismo sia ancora la strada giusta da seguire.

Chi dice che il multiculturalismo sia stato fatto a fette dice in una balla colossale. Non possiamo mettere in crisi un'intera società sulla base di singoli episodi sporadici. È vero il contrario, semmai: c'è bisogno di più strumenti per rafforzare il multiculturalismo e creare le basi per una vera integrazione sociale. Chi dice che l'approccio multiculturale e il dialogo non funzionano, è colui che non vuole investire sull'integrazione sociale. Insomma, parlando di quello che è successo a Londra, direi che una rondine non fa primavera. Così come un tragico omicidio non è un'ondata di terrorismo.

Il nigeriano col machete di Woolwich dice che ha ucciso per l'islam ed è ancora fresco il ricordo delle bombe alla maratona di Boston. Ci troviamo di fronte a una rinnovata minaccia jihadista in casa?

Stiamo attraversando un momento di crisi sociale profonda, come non si vedeva dalla Repubblica di Weimar. Prima di arrivare all'assassino con il machete abbiamo assistito a incredibili rivolte sociali, in Gran Bretagna e non solo. È ovvio che in un momento di crisi aumentino i crimini e gli episodi di estrema violenza. Così come è naturale che la crisi produca effetti devastanti sugli anelli più deboli della catena, sugli emarginati, sugli ultimi. La gente di Weimar scivolò verso il nazismo, la gente di oggi è più sensibile alle sirene dell'estremismo, di ogni genere e quindi anche islamista.

Perciò, anche senza fattore “islamico” è possibile che i morti di Niguarda siano frutto dello stesso disagio sociale che ha portato il nigeriano londinese a decapitare il soldato?

Sì, sicuramente. Lo sventurato calabrese di Palazzo Chigi è la faccia più benestante del ghanese picconatore.

Il presidente Obama però la pensa diversamente. Ha parlato di “terrorismo in casa” come nuova sfida da combattere e non di crisi economica da risolvere per integrare le fasce più a rischio della società.

Barack Obama ha confermato il fatto di essere il primo presidente democristiano degli Stati Uniti d'America! Sa benissimo che deve chiudere le guerre all'esterno e concentrarsi sui guai di casa, perché se non si avvia la ricostruzione interna gli Usa rischiano di implodere. E poi, ha spostato il campo di guerra, dall'Iraq e dall'Afghanistan ai mercati finanziari globali. L'unica, vera guerra che gli Usa vogliono combattere è quella con la Cina e si combatte a livello economico e finanziario, non certo in tuta mimetica. Per ora.

Tornando a Londra, c'è stato un fallimento dei servizi segreti?

Apparentemente si potrebbe pensare di sì, perché l'intelligence britannica aveva sotto controllo il nigeriano, ma non è riuscita a prevenire il suo crimine. Però, è anche vero che crimini del genere non si possono prevenire secondo le strategie tradizionali.

Che significa?

La linea di contrasto tradizionale al terrorismo non funziona più con questi eventi. Questo è sotto gli occhi di tutti. L'operazione che adesso va fatta è di lavorare maggiormente sul piano del sociale per prevenire che certi crimini si compiano. I servizi britannici avrebbero sicuramente arrestato il nigeriano se avesse costruito una bomba. Ma per ora ormai il pericolo non sono più le bombe, sono gli atti come quello che è stato compiuto a Woolwich.

E allora che fare?

L'intelligence deve cominciare a lavorare dietro le quinte, attraverso una rete sociale come le ong. Immagini se ci fosse stata una ong femminile di ascolto per le donne immigrate. È possibile che la madre del ragazzo nigeriano vi si sarebbe rivolta per chiedere aiuto sui cambiamenti che vedeva in suo figlio. In questo modo, si sarebbe potuti intervenire per convertire il ragazzo ad un altro islam, dopo la programmazione ricevuta dagli estremisti jihadisti. È un lavoro diverso da quello fatto finora, ma probabilmente è l'unico modo per riuscire a disinnescare in futuro individui potenzialmente molto pericolosi. Il panorama è decisamente molto complesso ma si può e si deve cercare di dipanarlo, attraverso strumenti diversi e investendo sull'integrazione sociale. Ripeto, chi crede che il multiculturalismo sia morto ci sta raccontando una pericolosa balla, buona solo per chi ha i soldi.

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