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Esteri

In Nordafrica ci vorrebbe più Europa

La morte dell'ambasciatore statunitense in Libia è stato l'ultimo degli episodi che hanno testimoniato - indirettamente - l'importanza di una presenza forte dell'Europa in Nordafrica

AP Photo/Anja Niedringhaus

I fatti accaduti a Bengasi l’11 settembre scorso, quando un attacco al consolato americano ha causato la morte dell’ambasciatore statunitense in Libia, Christopher Stevens, si sono inseriti con forza tra i temi del dibattito elettorale in vista delle presidenziali americane. Secondo i repubblicani, l’Amministrazione Obama si è resa colpevole d’aver sottovalutato la minaccia rappresentata dal sostanziale vuoto di potere venutosi a creare in Libia. E tale accusa ha dato vita a una serie d’infuocate polemiche tra i due schieramenti politici.

Il tema è stato anche al centro dell’ultimo confronto televisivo tra l’attuale Presidente e il candidato repubblicano, Mitt Romney, i quali hanno così trascinato la questione della sicurezza in Nordafrica al centro dell’agone politico: a prescindere dall’esito delle elezioni, dunque, il ruolo statunitense sembra destinato a essere preminente nella gestione di tale crisi.

Certo è, però, che al fianco di Washington, per una reale stabilizzazione dell’area, sarebbe auspicabile un incremento della presenza europea. Il Mediterraneo non può essere più considerato uno spazio politico ed economico diviso tra nord e sud: inevitabilmente, ciò che avviene su una delle due sponde può avere, nel breve e medio periodo, delle ripercussioni in tutta la regione. Un esempio ci è stato fornito dalla crisi economica europea, che ha messo in difficoltà anche i vecchi regimi dell’area e causato un sostanziale peggioramento delle condizioni di vita per quelle popolazioni. Fattori, questi, che hanno contribuito al sorgere della cosiddetta “Primavera Araba”. Adesso, la crisi di stabilità della sponda sud potrebbe percorrere il senso inverso e farsi avvertire anche in Europa.

Chi in questi anni ha agito nell’ombra contro la sicurezza della regione nordafricana trova oggi lo spazio di manovra adatto a perseguire la propria agenda, ponendo dinnanzi a complesse sfide le vecchie e nuove istituzioni dell’area. Il terrorismo, la criminalità organizzata, i traffici di stupefacenti ed esseri umani trovano, in questo momento, terreno fertile in questa area del mondo. Nondimeno, queste minacce non rappresentano un pericolo solo per un Paese o solo per la regione in questione, ma interessano l’intero bacino del Mediterraneo. In quest’ottica è necessaria una maggiore impronta europea.

L’Italia deve trovare la forza per rimanere una testa di ponte per la cooperazione mediterranea. Da un lato, per dare continuità a una politica estera da sempre improntata al dialogo con le realtà della sponda sud del Mare Nostrum; dall’altro, perché a beneficiare di un rafforzamento delle entità istituzionali di quei Paesi sarebbe anche il nostro Sistema Paese.

La stabilizzazione del Nordafrica e della regione del Sahel non può che essere approcciata su più piani: da quello economico a quello istituzionale, fino ad arrivare a una più stretta collaborazione sui temi della sicurezza. Non adottare un approccio propositivo significherebbe lasciare che le nostre politiche in quell’area vengano limitate alla risposta ad atti di terrorismo come quello di Bengasi. In questo modo, si elimina il sintomo ma non si estirpa il problema alla radice. E in un momento in cui il centro di gravità della politica estera di Washington si sta spostando verso il Pacifico, tale rischio potrebbe portare a serie ripercussioni per l’Europa intera.

Il nostro Paese ha la possibilità di ritagliarsi un ruolo di leadership per un’iniziativa mediterranea in grado di approfondire la collaborazione tra le varie realtà dell’area. Solo con la condivisione di soluzioni, infatti, si può approcciare un problema comune. Ora, tutto sta nel renderci conto dello spazio che abbiamo a disposizione e nell’esprimere una chiara e decisa volontà politica per raggiungere questi obiettivi. A giovarne sarebbe non solo la tanto bistrattata Europa - che avrebbe anzi un ulteriore elemento per giustificare il fresco Premio Nobel per la Pace - ma, soprattutto, il nostro Paese, che mai come oggi ha bisogno di credibilità.

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