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Esteri

Airbus Germanwings: Lubitz malato di "vuoto"?

Uno psicologo spiega che il pilota poteva essere affetto da sofferenze "subcliniche", che potrebbero averlo spinto a compiere il drammatico gesto

Era depresso o non era depresso Andreas Lubitz? Aveva vissuto oppure no in passato degli stati ansiosi che gli avevano tolto quella lucidità necessaria per fare il pilota? Se sì, era riuscito a superare veramente questo "stallo" psicologico che lo aveva avviluppato. Su di lui e sulla sua presunta fragilità psicologica le informazioni non sono ancora sicure. Un’amica parla della sua presunta depressione mentre il resto dei conoscenti e dei colleghi sosterrebbero dire il contrario.

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Eppure l’incidente e la prima ricostruzione che emerge dal Voice Recorder, la scatola nera dell’Airbus, farebbe pensare al suicidio. Ma per avere la certezza sarà necessario analizzare ancora un’enorme mole di informazione e scandagliare in profondità la vita e i legami di Andreas. Non a caso gli investigatori hanno acquisito computer, telefoni del giovane pilota e anche tabulati telefonici di altre utenze telefoniche in uso al giovane tedesco alla giuda del velivolo che ha provocato, schiantandosi sulle montagne francesi, 150 morti.

Silvio Ciappi, psicologo e criminologo autore del libro Il Vuoto dietro (Rubbettino, 2010), un uomo che in apparenza non soffre di disturbi depressivi può arrivare a compiere un gesto così, da togliersi la vita e portare con sé 150 persone?

Sembra però che ci sia stato un antecedente 'psichiatrico' da parte di questo giovane pilota. Il problema non è aver avuto o meno una diagnosi di depressione o altro. Il problema in questo caso sono le sofferenze 'subcliniche', quelle patologie del quotidiano, spesso invisibili, che ci fanno ammalare. Questo giovane ragazzo, se così è andata questa triste storia, rappresenta l'altra faccia del sogno europeo. Rappresenta quel vuoto spesso che fronteggiamo tutti i giorni, come in un quadro di Casper o di Hooper. Un uomo occidentale allevato senza più orizzonti di significato, in un vuoto spesso inquietante di prospettive ideali. La depressione nasce proprio quando pensiamo di muoversi in un terreno non più interessante, privo di sogni, in una fragilità che ci fa rendere tutto opaco, tutto uguale. Ecco perché la sfida dell'Isis, ad esempio, è tutta sul piano culturale e psicologico. L'altro che ci minaccia non ci fa solo paura ma c’è sia invidia che paura, nonché vergogna per noi stessi, che ci sentiamo deboli e impotenti. Il razzismo contemporaneo fa dell’Altro un anti-Soggetto per esprimere il proprio malessere e la propria vergogna di non essere più egli stesso Soggetto, come afferma Alain Touraine. Quegli sguardi addolorati di ieri dei tre capi di Stato sembravano anche loro fissare tristemente il vuoto, sembravano presagire, il collasso di un mondo occidentale il cui grande pericolo è proprio il “vuoto”.

Che cosa può spingere un uomo a uccidere 150 persone con le quali non ha un legame affettivo o di conoscenza? Di solito si assiste ad omicidi-suicidi scaturiti da legami affettivi finiti...

È quello che Cristiania Panserie io, in un volume, abbiamo chiamato lo "sfaldarsi dei nessi". Lo spazio nel quale viviamo è fatto di non luoghi, di non persone, di un senso dell'altro vissuto come una presenza vicina ma sconosciuta. In questo spazio si alimentano solitudini e soprattutto imperversa la logica del trionfo, che spinge a tutti i costi a far parte del novero dei vincenti, dei rapidi, in continua trasformazione. La logica del trionfo recide ogni legame con le fragilità individuali, la città diviene il corpo molle, il ventre nevrotico della logica del successo e della paura (del fallimento, dell’insuccesso, della esclusione sociale). Come Icaro in questo caso, si è scoperto che le ali erano ali di cera, che il folle volo era solo destinato a scontrarsi con il vuoto delle propria aridità. In casi così si pensa che la propria sorte sia una sorte universale. Morire e vivere sono la faccia della stessa medaglia, sono concetti interscambiabili. Non vi è l'idea di uccidere, perché non vi sono più emozioni, perché l'altro non esiste più. L’altro diviene una figura sfocata, non più un invito alla riflessione e al dialogo, ma un'ombra.

Alla base di un gesto così estremo, ci potrebbe essere stato un profondo odio, mai manifestato apertamente, per il suo lavoro?

No non credo. Da un punto di vista psicoanalitico nel lavoro di pilota, se effettivamente è stato un gesto suicida, c'era simbolicamente una doppia tensione: l'ansia del desiderio verso il volo e quindi verso la libertà, e l'angoscia della terra, della sua solidità impersonificata dal volto duro e glaciale della montagna.

Lo stress fisico al quale vengono spesso sottoposti i piloti può generare un raptus di questo genere?

Non credo. generalmente si fa il pilota perché piace. Quello di volare è innanzitutto una passione. Certo lo stress c’è e ci sarà, ma volare credo che sia fondamentalmente una passione.

Un uomo capace di compiere un gesto cosi estremo coinvolgendo tante persone, può aver nascosto a tutti così bene il suo disagio?
Si ripeto il disagio di oggi è sotterraneo, subclinico, nasconde tensioni che spesso respiriamo nell'aria. È spesso mancanza di un'idea di futuro, di un'utopia possibile, di un realismo grigio che ha spezzato la dimensione del sogno. Se non realizziamo o se neanche ci pensiamo a di realizzare un mezzo ideale o un mezzo sogno, tutto è destinato ad esplodere.

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