Cronaca

Terrorismo: i contatti con la jihad di Mahmoud, siriano arrestato a Genova

Nel telefono la conferma che il ragazzo, 23 anni, residente a Varese con la famiglia, sarebbe stato pronto a partire per la Siria

mahmoud-Jrad

Una immagine, concessa dalla Polizia di Genova il 9 agosto 2016, di Jrad Mahmoud, presunto terrorista siriano arrestato a – Credits: ANSA / US QUESTURA GENOVA

Una serie di comunicazioni radio che proverebbero direttamente dal fronte di guerra ad Aleppo, con tanto di indicazioni operative per i mujaheddin, sono stati trovati nello smartphone sequestrato a Mahmoud Jrad, il siriano di 23 anni fermato a Varese due settimane fa perché sarebbe stato pronto a partire per unirsi fino al martirio alle milizie di Al-Nusra, l'organizzazione terroristica affiliata ad Al Qaeda che in nome del jihad sta combattendo in Siria, assieme all'Isis, contro l'esercito di Assad.

I file audio

"Combattenti restate coperti nella zona di Aleppo dell'est, i nemici stanno colpendo dall'Est". E ancora: "Ci sono due elicotteri con mitragliatrice in arrivo nella zona di Aleppo ... state in guardia". È questo il contenuto dei file audio che sarebbero stati inviati da Aleppo e rintracciati dagli investigatori della Digos nel telefono di Jrad. Stando alle indagini, lui era in contatto diretto con uomini di Al-Nusra e sarebbe stato anche disposto a farsi "saltare in aria" in Siria. E quegli audio trovati nel suo telefonino sarebbero, a detta degli investigatori, comunicazioni effettuate attraverso "una radio-mobile" proprio da soldati dell'organizzazione terroristica e indirizzate ad altri combattenti al fronte.

L'inchiesta

Intanto, stamani il presidente dell'ufficio gip di Milano Aurelio Barazzetta ha deciso che il giovane siriano deve restare in carcere. È stata accolta, infatti, l'istanza del procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, capo del pool antiterrorismo milanese, ed è stata rinnovata la misura cautelare dopo la trasmissione degli atti per competenza territoriale da Genova al capoluogo lombardo. Jrad, detenuto nel carcere di Rossano (Cosenza), era stato fermato, infatti, nell'ambito di un'indagine della Dda di Genova che coinvolge altre persone, tra cui anche il fratello del siriano, tre imam (un albanese e due marocchini) e due marocchini che frequentavano moschee salafite. Il gip genovese, però, ha disposto nei giorni scorsi l'invio degli atti a Milano, dove ora il siriano è indagato per arruolamento nell'organizzazione terroristica 'Jabhat Al-Nusra'. Dagli accertamenti sul suo telefono dopo il fermo, tra l'altro, sono venuti a galla anche altri documenti ritenuti dagli investigatori "estremamente" significativi: un comunicato ufficiale riconducibile ad Al-Nusra, un file audio contenente un inno al jihad, oltre ad altri numerosi inni dei mujaheddin con l'esaltazione del martirio.

I contrasti in famiglia

Stando all'inchiesta, Jrad, già entrato clandestinamente in Siria nell'estate dello scorso anno, si era poi trasferito a Genova a settembre perché era stato messo alla porta dai suoi genitori, che vivono a Varese e che non accettavano il suo percorso di radicalizzazione. "Ma quale futuro ... questo vuole morire ... questo sta andando a morire", diceva la madre in una delle tante intercettazioni agli atti dell'inchiesta, mentre il padre, irato per i suoi comportamenti, gli diceva: "Vai ... vai a farti esplodere in aria". Lo scorso primo agosto, inoltre, è stata intercettata una conversazione via Skype tra Jrad e una persona non ancora identificata, il cui contenuto, stando agli atti delle indagini, conferma "i contatti diretti" tra il giovane e "i mujaheddin" che voleva raggiungere. "I compagni hanno detto che andremo a fare il jihad e poi si torna alle nostre ricchezze", diceva lo scorso aprile Jrad al fratello in una conversazione intercettata.

Arruolamento per terrorismo

Il fermo è scattato perché Jrad e suo fratello erano pronti a partire. Gli investigatori della Digos, coordinati dal pm Federico Manotti, lo avevano intercettato mentre si informava sui costi del traghetto e dell'assicurazione per la macchina e dopo avere ottenuto il visto per la Turchia.

Mahmoud e suo fratello dovevano raggiungere Ancona da Varese con l'auto e imbarcarsi per la Grecia, poi verso la Turchia e infine in Siria. Mahmoud è un giovane combattuto, che si rifugia nella religione più ortodossa perché sradicato dal suo Paese.

L'arrivo in Italia

Arriva a Varese nel 2012 per ricongiungersi con la sua famiglia: padre, madre e sette fratelli. Ma non riesce a integrarsi completamente e si avvicina sempre più ai salafiti che, secondo gli inquirenti lo indirizzano proprio a Genova. Prima parte per la Siria nel 2015, poi torna e inizia a viaggiare verso la Liguria. Nel capoluogo ligure incontra tre imam più radicalizzati. In particolare un albanese che predica nel centro storico. Frequenta la moschea dove aveva pregato anche Giuliano Delnevo, il genovese morto in Siria nel 2013. Di Delnevo parla al telefono come un esempio da seguire, quasi un eroe.

Quando viene a Genova dorme negli appartamenti sopra i luoghi di culto, ospitato dal circuito salafita. L'imam di Genova Hussain Salah condanna oggi episodio di radicalizzazione.

La famiglia

Il padre nega però che il figlio potesse essere un estremista. "Voleva solo incontrare la moglie - ha detto - che non ha ancora i documenti per venire in Italia". Ma intanto la famiglia gli mette al fianco il fratello più giovane, una sorta di angelo custode che impedisca a Mahmoud di compiere gesti estremi. È l'imam albanese il perno dell'inchiesta: è lui, sospettano gli inquirenti, che potrebbe indirizzare i giovani verso i contatti giusti in Siria delle truppe antiregime. È lui che viene contattato anche dai tre libici arrestati nel porto genovese mentre sbarcavano da un traghetto proveniente dalla Tunisia con i documenti di auto di dubbia provenienza e foto sui telefoni di sentenze egiziane contro tre terroristi e foto di bimbi armati.

Per il procuratore capo di Genova l'arresto "è un segnale importante della presenza delle forze dell'ordine che tengono sotto controllo soggetti potenzialmente pericolosi", mentre il ministro dell'Interno Angelino Alfano parla di un "successo investigativo di alto livello realizzato grazie alle norme antiterrorismo che in Italia funzionano".

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