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Ginta Biku: "Per sfondare non servono i talent"

La vocalist sta per lanciare il video del suo primo singolo Comment te dire adieu, sofisticato brano pop con un ottimo potenziale radiofonico

Credits: Ufficio Stampa

"Nelle stanze degli Abbey Road Studios, a Londra, ci si muove come in un tempio. Tra passi felpati e parole sussurrate, proprio come si fa nei luoghi sacri". Lì, dove i Beatles hanno inciso Help e Sgt. Pepper’s, stanno prendendo forma le canzoni del disco d’esordio di Ginta Biku, 25 anni, madre lituana e padre sudafricano. Ha talento e voce Miss Biku, una promessa del pop che, per farsi ascoltare su larga scala, non ha scelto la scorciatoia del talent show. "No, non voglio mettermi in gioco in tv e bruciare le tappe. Preferisco un percorso più lungo e meditato. Questo progetto è nato 6 anni fa e, adesso, grazie al contratto con la Universal, inizia a vedere la luce" racconta a pochi giorni dall’uscita del suo primo videoclip, Comment te dire adieu, brano pop esotico cantato in francese. Un minifilm sofisticato, giocato sulla contrapposizione tra paesaggi glaciali d’Islanda e scorci di deserto marocchino.

"Ci è costato momenti di puro terrore" spiega. "In Islanda, durante una ripresa in mare su uno scoglio sono stata travolta da un’onda e scaraventata nell’acqua gelida. Panico: tutta la troupe si è lanciata tra le onde per riacciuffarmi. Abbiamo perso anche due telecamere. Al confronto, in Nord Africa, è andata molto meglio: solo una tempesta di sabbia".

Laureata in scienze politiche, Ginta collabora da mesi con un gruppo di studiosi dell’Università di Lugano. "Il senso del nostro lavoro è comprendere gli effetti della musica sul cervello umano. In particolare, ci siamo concentrati sul potere inebriante che hanno sulle masse le canzoni dalla struttura più semplice, quelle costruite su pochi ma efficacissimi accordi, come With or without you degli U2".

Al lavoro sull’album d’esordio di Ginta (che uscirà in ottobre) c’è una squadra di professionisti del suono che include Celso Valli, produttore e arrangiatore per tutti i big della musica italiana, e Steve Rooke, uno dei maghi inglesi del mixer, alle dipendenze degli Abbey Road Studios. Senza dimenticare Eros Ramazzotti, che, pur non essendo coinvolto nel disco, un ruolo l’ha avuto: "Per ottenere un certo suono, gli avevamo chiesto in prestito un paio delle sue straordinarie chitarre. Beh, mi ha mandato un camion con 50 strumenti diversi. Che dire? Un vero gentleman".

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