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Musica

Ambrogio Sparagna: "In tournée con De Gregori canto la poesia popolare"

"L'interesse del pubblico agli strumenti della tradizione è un messaggio: riscopriamo le nostre radici, nonostante siano in crisi". Intervista al musicista ora in giro per l'Italia col celebre cantautore

Quanta storia risuona in un tamburello? O in una zampogna? Tanta, se oggi c’è chi come Ambrogio Sparagna, direttore dell’Orchestra Popolare Italiana dell’Auditorium Parco della musica a Roma, gira l'Italia per dare voce alle emozioni con gli strumenti di una volta. Lui che ha mescolato una vita alla musica si è regalato questa avventura: cantare la tradizione popolare, insieme a Francesco De Gregori.

Perché racconta a Panorama.it è "attraverso loro che la gente può tornare a riscoprire le proprie radici, nel passato, quando tutto è stato messo in discussione". Lunedì 10 settembre salirà sul palco del teatro Arcimboldi a Milano, nell’ambito della rassegna Mito. Lì aggiungerà un altro tassello al suo mosaico, il progetto Vola Vola Vola, nato per rendere omaggio alla poesia.

Come è nata questa idea?
"Mi sono sempre occupato di canti popolari. Negli ultimi cinque anni ho maturato la consapevolezza che fosse interessante valorizzare il patrimonio musicale italiano. L’incontro con De Gregori ha trovato completezza, in tutto questo. Abbiamo riempito le sue canzoni con suoni meno conosciuti. Rielaborarli con strumenti come la ghironda, la ciaramella, la fisarmonica, il clarinetto, il violino a tromba, che raccontano la storia del nostro paese, gli ha conferito una nuova originalità".

Il rischio era che tutto questo finisse nel dimenticatoio?
"Esiste una matrice colta alla base della nostra poesia popolare, che neanche i contadini - nonostante fossero analfabeti - volevano andasse dispersa. A quella poesia oggi la musica dà tono e sostegno; la tramanda".

Davvero?
"Fino a due generazioni fa le feste dei pastori sugli Appennini centrali si aprivano con le terzine di Dante cantate sul ritmo di una pizzica. E così succedeva con forme diverse di poesia nel resto d’Italia".

Il vostro è quasi segnale di rottura in tempi di crisi finanziaria, ma forse ancora di più di crisi d’identità della società?
"Se la musica popolare sa parlare in maniera così diretta oggi, richiamando un grande pubblico soprattutto di giovani, è perché nella società è forte il senso di solitudine. La forza evocativa degli strumenti creano allegria e uniscono".

Musica per guardare avanti insomma?  
"Certo, gli strumenti della tradizione sono un tentativo riuscito che si devono riscoprire le nostre radici nonostante siano state messe in crisi. Bisogna costruire un ponte con il passato. D’altra parte siamo un paese che vive di tante culture diverse. Basti pensare alle regioni e alla fantasia di ognuna nel fare il pane. Lo stesso accade nei canti popolari: sono una fonte di grande conoscenza e oggi più che mai sanno parlare di contemporaneità. Il messaggio è chiaro. Non resta che trasformarlo in occasione di crescita per quelle che saranno le nuove generazioni future".

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