Tasse

Italia-Svizzera: cosa cambierebbe con l'accordo sul segreto bancario

Chi ha esportato i soldi nella Repubblica Elvetica dovrebbe pagare una patrimoniale e versare ogni anno le stesse tasse degli italiani. In caso contrario, c'è il rischio di finire sotto la lente del fisco

Il premier Mario Monti e la presidente della Confederazione Elvetica, Eveline Widmer-Schlumpf (Credits: la Presse)

La firma è attesa entro Natale, ma non è ancora escluso che slitti di qualche mese o arrivi un po' prima del previsto. Una cosa comunque è certa: sono ormai in fase avanzata le trattative tra l'Italia e la Svizzera per raggiungere un accordo sul segreto bancario, che impedisca ai cittadini del nostro paese di non pagare le tasse dovute, quando detengono depositi di denaro nella Repubblica Elvetica. Secondo alcune stime (ancora tutte da verificare), la ricchezza posseduta dagli italiani (per lo più illegalmente) nei forzieri svizzeri ammonta a 100-150 miliardi di euro, ma c'è chi parla addirittura di 200 miliardi.

LA POSTA IN GIOCO NELL'ACCORDO TRA ITALIA E SVIZZERA

Proprio per far pagare le imposte dovute a chi ha portato i capitali aldilà delle Alpi, da tempo il governo di Roma ha avviato delle trattative con le autorità di Berna, in modo da raggiungere un accordo simile a quello già siglato da altri paesi europei come la Gran Bretagna, l'Austria e la Germania. I contenuti dell'intesa riguardano principalmente il segreto bancario, che in Svizzera è sempre stato quasi un “dogma” e ha consentito agli istituti finanziari di Zurigo, Ginevra o Lugano di attirare una montagna di capitali finanziari, provenienti da ogni parte del mondo.

IL SEGRETO BANCARIO IN ITALIA

L'intesa tra Roma e Berna, al pari di quella firmata dagli altri paesi, consente a chi ha esportato irregolarmente i capitali di percorrere due strade alternative. Chi ha portato i soldi all'estero può mantenerli dove sono, senza dichiararli, ma deve rinunciare al segreto bancario, consentendo alle autorità svizzere di fornire informazioni al paese di residenza. Chi sceglie questa strada, dunque, corre il rischio concreto di finire prima o poi sotto la lente del fisco italiano. In alternativa, chi ha esportato i soldi in Svizzera potrà mantenere il segreto bancario, ma dovrà assicurare in cambio una sostanziosa contropartita: il pagamento di un una tassa patrimoniale sulla ricchezza posseduta (che viene incassata da Berna e girata ai governi degli altri paesi).

LA PATRIMONIALE E IL GOVERNO MONTI

Si tratta di un'imposta  liberatoria sul capitale, che varia a seconda al periodo di tempo in cui i soldi dell'investitore sono rimasti nei forzieri delle banche elvetiche. In linea di massima (vedendo i contenuti degli accordi siglati con la Svizzera dagli altri paesi) è probabile che l'aliquota di questa patrimoniale venga fissata attorno al 25%. Ma non è finita qui: dopo aver versato l'imposta liberatoria (che sarà una tantum, cioè verrà applicata solo una volta) chi detiene capitali in Svizzera dovrà infatti pagare ogni anno una tassa sui rendimenti finanziari ottenuti con i capitali all'estero, che sarà allineata a quella in vigore nel paese di origine (in Italia è al 20%). E' un po' come se il fisco del nostro paese proponesse agli evasori un patto: io accetto di chiudere un occhio sulle tue attività di esportazione dei capitali ma tu, caro evasore, mi dai una bella fetta della tua ricchezza e, d'ora in poi, cominci a pagare tutte le tasse che devi.

La logica dell'accordo, almeno sulla carta, non è sbagliata.Tuttavia, c'è chi mostra non poche perplessità sui dettagli tecnici della potenziale intesa tra Roma e Berna. Per allentare le maglie del segreto bancario, infatti, la Svizzera vuole in cambio il suo bel tornaconto. Innanzitutto, la Repubblica Elvetica chiede di essere essere eliminata dalla blacklist, cioè la “lista nera” di paesi a fiscalità agevolata, su cui le autorità del nostro paese hanno imposto delle significative limitazioni negli scambi di denaro (una misura che danneggia i rapporti commerciali di Berna). Inoltre, la Svizzera pretende anche che le istituzioni finanziarie elvetiche abbiano un accesso più agevole al mercato italiano, con la possibilità di vendere prodotti e servizi agli investitori del nostro paese, senza la necessità di aprire un'apposita filiale a sud delle Alpi e senza essere completamente assoggettate alle regole nazionali.

LIMITI AI CONTROLLI.

A  destare le maggiori perplessità, però, sono soprattutto altri aspetti degli accordi bilaterali siglati tra la Repubblica Elevetica e gli altri paesi, che verranno replicati anche nella futura intesa con Roma. Nello specifico, il governo di Berna pretende pure che venga fissato a priori un tetto massimo al numero di controlli che le autorità fiscali italiane possono effettuare ogni anno sui conti correnti e le attività finanziarie detenute in Svizzera dai nostri connazionali. Il che, rischia di legare le mani ai controlli anti-evasione messi in atto nel nostro paese, per combattere l'esportazione di capitali. Infine, non va dimenticato neppure un altro aspetto importante: dopo la firma dell'accordo, molti esportatori di capitali potrebbero trovare qualche escamotage per aggirare le nuove regole. Non è escluso, infatti, che parecchi investitori scelgano di darsela a gambe, spostando le proprie attività finanziarie dalla Svizzera verso altri paradisi fiscali. Il che potrebbe avvenire anche con l'ausilio delle stesse banche elvetiche che possiedono migliaia di filiali in tutti e 5 i continenti.

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