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Spread alle stelle, in Spagna poca trasparenza sui conti pubblici

Madrid paga la mancanza di informazioni sul reale stato delle regioni autonome. Prossime a chiedere aiuti a partire dalla "ricca" catalogna. Ma il mercato accomuna a Madrid anche Roma. Dove i problemi sono ben altri

Un manifestante spagnolo con tra le braccia un cartello che dice: Mariano Rajoy bugiardo. Dimissioni! (Credits:AP Photo/Alvaro Barrientos)

Adios Spagna. È tutta colpa delle tue bugie se il futuro del modello federale uscito da poco più di 40 anni dalla dittatura franchista è oggi più nero che mai. Se prima a tremare sono state le casse di risparmio, le piccole cajas, che dopo anni di affari facili con il potere politico hanno trascinato il Paese in una voragine, adesso l’onda lunga della crisi ha infranto un altro (falso) mito: quello delle regioni autonome.

Adesso la maschera è giù per davvero. La regione autonoma di Valencia ha scoperchiato il vaso di Pandora. Venerdì scorso ha chiesto aiuto al Governo centrale, altrimenti è la fine. E questa mattina ha sventolato bandiera bianca anche la Murcia, chiedendo di poter accedere a settembre al fondo di salvataggio per le comunità autonome del Paese. Avrà bisogno di fondi per circa 200 o 300 milioni di euro. Secondo il quotidiano El Pais siamo ancora alla punta dell’iceberg. A scricchiolare sotto il peso di debiti incontrollabili ci sarebbero anche la Catalogna, la Castiglia-La Mancia, le Baleari, le Canarie e l’Andalusia. Non possono affrontare le scadenze dei proprio debiti a causa delle condizioni imposte dai mercati.

E basta dare un’occhiata all’andamento dei titoli di Stato per capire come tira il vento. Il rendimento dei titoli di Stato a 10 anni della Spagna ha toccato nuovi record: il tasso dei Bonos ha raggiunto il 7,40%, un livello mai visto dall'introduzione dell'euro, con lo spread rispetto al Bund schizzato a 627 punti base. Per Richard Mc Guire, responsabile del team di reddito fisso di Rabobank, il Paese sembra essere sempre più avviato verso un salvataggio tout court.

Non lo dice apertamente, ma che il momento sia grave lo riconosce anche David Gualtieri, direttore dell'equity sales di Intermoney. “Stiamo vivendo un problema di governance interna, molto ma molto grande”, ammette, chiedendosi: “Se neanche gli spagnoli al loro interno trovano una soluzione e riescono a trasmettere un messaggio coerente per rendere fluida la situazione come potrà farlo l’Europa? Dobbiamo riconoscere – aggiunge – che c’è una mancanza di credibilità che ha portato a un problema di liquidità tra le banche e che adesso si è riflesso direttamente nello Stato, ossia nel bubbone scoppiato nelle regioni indipendenti".

“Il punto – segnala Angelo Drusiani, gestore di Albertini Syz – è che siamo a una svolta epocale: il tenore di vita che si è tenuto fino ad oggi è impossibile da portare avanti”. Suggerisce che bisogna ridurre sensibilmente il debito soprattutto “se un paese non è in grado di finanziarsi con la sua sola attività produttiva”. E la Spagna fa scuola: è passata dal paradiso all'inferno nel giro di dieci anni, sopravvalutata negli anni del boom immobiliare e adesso scaricata per la sua mancanza di industria interna.

Quel che è ancora più grave è che a questo punto della storia Madrid sta risucchiando nel gorgo anche l’Italia, quando la colpa di Roma è l’incertezza politica, non le mancate promesse. “Nel dubbio oggi il mercato le accomuna punendole – riprende Drusiani – considerandole foriere di dati più che negativi”.

Parole che devono risuonare come avvertimento alle orecchie del presidente Giorgio Napolitano e del premier Mario Monti chiamati a decidere su quali traiettorie muoversi. L’asta di agosto sarà stata anche cancellata dal calendario, ma l’attacco massiccio ai nostri titoli di Stato quello no. E la strategia per salvare la pelle è ancora tutta da approntare.

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