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Economia

Pubblico impiego, i licenziati sono appena un centinaio all'anno. E la produttività è in calo.

Secondo le statistiche ufficiali, chi lavora per lo stato difficilmente rischia di perdere il posto o di subire un provvedimento disciplinare.

Appena 105 persone in tutto. E' il numero di dipendenti pubblici licenziati nell'arco di un anno nel nostro paese: una quota veramente esigua, se raffrontata all'esercito di oltre 3,5 milioni di italiani che lavorano per le amministrazioni dello stato, dai ministeri di Roma sino alle migliaia di enti locali sparsi sul territorio di tutta la Penisola.

A dirlo sono i dati del dicastero della Funzione Pubblica che presenta ogni anno un dettagliato rapporto al Parlamento. Le ultime statistiche sono aggiornate alla fine del 2010 ma non si discostano molto da quelle degli anni passati e, probabilmente, saranno riconfermate anche nelle prossime rilevazioni. La verità che emerge dai numeri, infatti, è abbastanza chiara: in Italia, il licenziamento di un dipendente pubblico è un evento possibile, regolato persino dalla legge , ma è assai difficile che accada.

POCHE SANZIONI. Non sono molti neppure i provvedimenti disciplinari che ogni anno colpiscono gli impiegati statali, sospettati di essere dei fannulloni o di aver messo in atto delle irregolarità. Secondo le statistiche (che però non prendono in esame 1 milione di lavoratori del settore scolastico), i provvedimenti disciplinari nei confronti dei dipendenti pubblici sono poco più di 2mila all'anno, (meno di 1 ogni mille addetti) e soltanto in 1  caso su 3 (o poco meno) portano a una punizione esemplare del dipendente, come appunto il licenziamento o la sospensione dal servizio.

Più spesso, tutto si risolve con poco, cioè con una sanzione lieve o, addirittura con il proscioglimento o l'archiviazione. Si ha dunque la netta sensazione che chi lavora per lo stato abbia  le spalle ben coperte. Certo, fare delle generalizzazioni è sempre sbagliato e non bisogna dimenticare che gran parte degli impiegati pubblici svolge il proprio lavoro con coscienza e onestà. Ma è difficile credere che, su oltre 3 milioni  di persone, quelle da licenziare siano appena un centinaio.
Per questo, c'è da aspettarsi che la riforma del pubblico impiego sarà presto uno dei fronti caldi su cui si impegnerà il governo nei prossimi mesi, se il premier Mario Monti riuscirà a rimanere in sella fino al 2013. Anche perché, è bene ricordarlo, gli stipendi pubblici sono una voce che pesa non poco sulle casse dello stato.

STIPENDI IN CRESCITA. Una recente analisi della Cgia , la confederazione degli artigiani di Mestre, ha messo infatti in evidenza come, tra il 2001 e il 2009, le retribuzioni degli statali siano cresciute nel complesso di 39,4 miliardi di euro, cioè del 30%, oltre 8 punti in più dell'inflazione (superando il valore di 170 miliardi di euro all'anno). Il tutto, mentre il numero di addetti delle amministrazioni centrali e locali è sceso invece nel di oltre 110mila unità, cioè del 3%.

PRODUTTIVITA' IN CALO. Ogni impiegato pubblico, dunque, oggi guadagna in media un po' di più rispetto a un decennio fa. Peccato, però, che questo premio sui salari non sia stato accompagnato da aumento della produttività. Anzi, secondo la relazione della Corte dei Conti di poche settimane fa, nel 2012 la produttività del lavoro tra gli impiegati statali ha mostrato addirittura segni di flessione, mentre nel 2011 è rimasta ferma, dopo una lieve crescita nel 2010 (+2%).

Di fronte a questi dati, il ministro della Funzione Pubblica, Filippo Patroni Griffi , ha preso un impegno ben preciso: “premiare i migliori e aumentare la produttività sono i nostri obiettivi prioritari”, ha detto il ministro. E' senza dubbio un programma ambizioso, che ora attende però di essere messo in pratica.

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