Economia

Perché in Europa siamo sempre più poveri

L’allargamento dell’Unione non ha portato i frutti sperati: per l’economista britannico Roger Bootle è ora di ripensare gli accordi 

Una persona chiede l’elemosina in una strada di Parigi con un cartello che recita: “Per mangiare, aiutatemi per favore" – Credits: Joel Saget/AFP/Gerry Images

Il problema con l’Europa è che siamo tutti più poveri. Lo sostiene Roger Bootle, economista britannico, editorialista e direttore generale dell’istituto di ricerca macroeconomica Capital Economics di Londra, fresco di stampa con “The trouble with Europe ”, uscito pochi giorni fa. Nel corso di un’intervista al Financial Times , Bootle spiega come e perché si sia passati da un’economia forte, quando nel 1957 si è iniziato a parlare di Europa Unita, alla situazione contemporanea. Per l’esperto, l’errore di fondo sta nel modo in cui l’Europa è stata ideata. “L’obiettivo con cui l’Europa è nata, partendo da sei paesi, era quello di un’unione sempre più stretta, ma nessuno si è chiesto “come” arrivare a questo traguardo. Non a caso, la moneta è arrivata molto tempo dopo”.

Se l’Unione fosse rimasta con i sei Paesi originari (Lussemburgo, Olanda, Belgio, Francia, Germania e Italia), forse non sarebbero sorti tanti problemi, ma è stato con l’espansione che i nodi sono venuti al pettine, perché il Pil dei nuovi membri dell’Unione è molto più basso di quello dei Paesi fondatori. “L’ingresso dei Paesi dell’Est è stato un grande risultato a livello politico, ma il carattere dell’Unione è cambiato radicalmente”. Una cosa, infatti, è la libera circolazione delle persone fra sei nazioni che sono essenzialmente allo stesso livello di sviluppo ed è un’altra cosa quando si aprono le proprie porte a Paesi molto più poveri. “Il che non significa un’invasione, ma la paura di un’invasione”, prosegue Bootle. Nel conto, come se non bastasse, va messa anche una serie di promesse mancate, come quella sul fronte dello scambio commerciale. La realtà, infatti, ha dimostrato che le cose sono andate diversamente da quanto prevedeva la teoria: “Alcuni Paesi, come la Germania o la Francia, hanno incrementato gli scambi, ma lo hanno fatto con Paesi emergenti come la Cina, per esempio”.

Anche in termini di crescita economica, l’Europa non ha soddisfatto le attese: “Dopo la formazione dell’Europa c’è stato un boom economico a livello globale, ma poi la crescita fra i Paesi membri è andata scemando. E c’è di peggio: negli ultimi vent’anni, rispetto alla crescita di altri Paesi, la performance dell’Unione a dieci è stata inferiore”. Economicamente, dunque, l’Europa è stato un fallimento: “L’Unione non è veramente democratica e le persone lo sento e reagiscono di conseguenza”, ha concluso Bootle, parlando con il Telegraph . A questo punto, secondo l’economista, tre sono i principali avversari dello sviluppo economico europeo: la stabilità dell’euro con la conseguente tendenza alla deflazione; una bassa crescita della produttività unita a investimenti limitati e a un’elevata interferenza della politica nei mercati e, infine, il trend negativo della crescita della popolazione. La soluzione? “E’ ora di alzare il livello del dibattito, esaminare le diverse opzione e risolvere i problemi dell’Europa che va rinegoziata attraverso riforme radicali”, suggerisce Bootle.

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