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La Germania e i dieci indicatori economici oltre al pil

Nuovi indici potranno misurare il benessere, ma anche i costi economici, ecologici e sociali necessari per ottenerlo

Alcuni volontari al lavoro in uno spazio verde collettivo nei pressi Las Vegas (Isaac Brekken/Getty Images for DirecTV)

La crisi non si arresta e la Germania riflette su un nuovo modello economico, fa sapere l’edizione internazionale di Der Spiegel . E’ stato reso noto due settimane fa, infatti, il rapporto conclusivo della “Commissione sulla crescita, prosperità e qualità della vita” del Parlamento tedesco. Dalle mille pagine del report, che ha richiesto due anni per la sua redazione, emerge una serie di indicatori, denominati “Indicatori W3”, che relativizzano il Pil. Il nome, infatti, sottolinea l’importanza di tre dimensioni del benessere (W sta appunto per “wellbeing”) e cioè: l’economia, l’ecologia e la ricchezza sociale. All’interno di queste tre dimensioni, il calcolo tiene conto rispettivamente di: Pil, distribuzione del reddito e debito pubblico per la parte economica; effetto serra, ossidi di azoto e biodiversità, per la parte ecologica e occupazione, educazione, salute e libertà per la parte sociale. La nuova serie di indicatori prende spunto dal lavoro dell’economista Hans Diefenbacher , che considera l’impatto negativo delle attività economiche come una riduzione del benessere. Il nuovo metodo, in pratica, ha rispetto al Pil il vantaggio di dare una misura immediata del benessere, ma anche di questioni sociali, della partecipazione economica e dell’attenzione all’ambiente. Insomma, una versione 2.0 delle teorie della decrescita.

Sul tema, il dibattito in Germania è accesissimo. Di fronte al rallentamento dell’economia, infatti, il Paese si interroga sul valore di una prosperità che richiede sempre nuova crescita, in un processo potenzialmente infinito, ma condizionato da risorse limitate. Harald Welzer, psicologo sociale di Berlino noto per i suoi studi sulla psiche dei criminali nazisti, è recentemente balzato all’attenzione con un saggio intitolato “Pensare per noi stessi ”, in cui sottolinea la natura totalitaria del consumismo. Welzer etichetta gli economisti come “negazionisti della realtà” e scrive: “Se ogni persona usasse lo spazio e le risorse come facciamo noi, avremmo bisogno di tre pianeti”. Lo psicologo è stato nominato professore di “Design della trasformazione” all’Università di Flensburg. Una disciplina dai confini incerti e in evoluzione, per ammissione dello stesso Welzer che la definisce come il tentativo di dare una risposta all’imbroglio sistematico di un’industria che produce oggetti che si rompono o che molto difficilmente possono venire riparati. Da qui la necessità di ripensare il modello aziendale in un’ottica di prodotti in grado di resistere nel lungo periodo.

I dubbi iniziano a insinuarsi anche nella politica: il Ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble, per esempio, ha recentemente evidenziato la necessità per i Paesi occidentali di riconsiderare la possibilità di porre dei limiti alla crescita economica.  Ma può esserci prosperità senza crescita e crescita senza danno per le risorse naturali? Niko Paech, professore di economia di Oldenburg e profeta della “post-crescita”, non ha dubbi: trattare il Pil come una misura della prosperità della società moderna è come negare l’esistenza di un problema che chiama in causa la distruzione delle risorse naturali. Per Paech, che ha coniato la definizione di “fiducia autistica nel progresso”, il sistema è rotto e non va aggiustato, ma sostituito dalle fondamenta. Il suo invito, dunque, è il seguente: rinunciare a una parte e condividere la nostra ricchezza. Sì, dunque, a una settimana lavorativa di venti ore, che libera il tempo per il baratto, la coltivazione di prodotti dell’orto e le riparazioni; amministrazione più oculata delle risorse, ma anche un nuovo modo di produrre cose che durano nel tempo. Mentre c’è chi decide di chiamarsi fuori da un sistema di cronica crescita mettendo in atto strategie alternative, come i negozi di riparazioni o le comunità che cercano di rifornirsi a livello locale, dall’altra parte dell’oceano, economisti come Julian Simon, sostengono la teoria diametralmente opposta: le innovazioni tecnologiche hanno in serbo per noi altri sette miliardi di crescita allo stesso ritmo.

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