Monti un anno dopo, un bilancio complicato

Confesso che sono confuso. Ho guardato con attenzione i giornali pieni di ricostruzioni su un anno di governo Monti. E ho spulciato i dati più ufficiali, quelli pubblicati dal quotidiano economico per antonomasia, Il Sole 24 Ore. Eccoli qua. …Leggi tutto

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Il premier Mario Monti

Confesso che sono confuso. Ho guardato con attenzione i giornali pieni di ricostruzioni su un anno di governo Monti. E ho spulciato i dati più ufficiali, quelli pubblicati dal quotidiano economico per antonomasia, Il Sole 24 Ore. Eccoli qua. Debito pubblico a 2 mila miliardi di euro, milione più milione meno. Disoccupazione al 10,8% (+1,5). Prodotto interno lordo – 2,56% (due punti persi in dodici mesi). Disavanzo pubblico sul pil -2,8% (era a -2,3%). E tutto ciò dopo un prelievo di 48,9 miliardi (tre punti di pil) al quale si aggiungono gli 81 miliardi (quasi cinque punti di pil) previsti per l’anno prossimo. No, non possono essere questi i risultati dei supertecnici.

Se fosse così, perché mai tutti dovrebbero discutere di un Monti bis? E, infatti, non ci sono solo queste cifre. C’è anche quel maledetto spread. Allora era a quota 520, oggi siamo a 360, dopo un saliscendi da montagne russe. Due punti e mezzo in meno nei tassi di interesse non è poco, anche perché è segno di una maggiore fiducia nell’Italia da parte di chi deve decidere se investire i risparmi in Btp o in Bund tedeschi. Ma sono sempre due punti oltre il livello della primavera 2011, prima che cominciasse la danza macabra culminata nella crisi di un anno fa.

Confesso che sono ancor più confuso. Da tutti i punti di vista, un bilancio dell’esperimento Monti è complicato. L’unica cosa certa è la sua credibilità europea. Angela Merkel non lo segue, però lo sta a sentire. François Hollande gli dà ragione, poi va per la sua strada. Mariano Rajoy si comporta da amico, ma non sa che pesci pigliare. Con David Cameron ci sono più contrasti che accordi, ma la Gran Bretagna è fuori dall’euro. Ottimo il feeling con Barack Obama. E Monti senza dubbio ha stappato champagne per il secondo mandato del presidente americano. Dagli Stati Uniti potremo avere comprensione, ma non sarà gratis. L’ossessione di Obama è che esploda l’intero Medio oriente, ha scritto Thomas Friedman sul New York Times. In quel caso, l’Italia si troverà al fronte, in prima linea.

La mia confusione aumenta se penso che di governi Monti ce ne sono stati già almeno due. Uno decisionista della prim’ora, durissimo con i pensionati, pronto a prendere di petto i sindacati con Elsa Fornero, e le lobby corporative con Corrado Passera. Questo governo ha preso decisioni pesanti sulle pensioni, sulle tasse, sulle spese (anche se non le ha ridotte a sufficienza, su questo hanno ragione gli economisti Alberto Alesina e Luigi Zingales). Ha fatto ingoiare l’amara medicina praticamente senza proteste e tensioni sociali serie. Poi il vascello da guerra è entrato nel porto delle nebbie. Siamo a marzo, lo spread, sceso al minimo di 280 punti, torna puntualmente a salire, resta a 450 per tutta la primavera, s’impenna fino a 519 il 25 luglio. Finché non arriva Mario Draghi con il suo altolà: “Useremo tutti i mezzi per salvare l’euro”.

Quanta parte del differenziale con i titoli tedeschi (e anche con quelli francesi) è causa della crisi generale e quale quota può essere attribuita al governo? Le stime sono difficili, anche perché l’Italia è parte del problema generale, non la soluzione. Tuttavia, si calcola che circa la metà dipende dalla politica domestica, nella quale entra l’economia, ma anche il dibattito tra i partiti, le prospettive future. La legge finanziaria, la prima firmata dal governo Monti, è stata un disastro; una tela di Penelope e non si sa chi ha disfatto la trama più rapidamente se il ministro Vittorio Grilli, Renato Brunetta per il Pdl o Pier Paolo Baretta per il Pd. Da ottobre, non a caso, lo spread è tornato di nuovo a salire. Un trend che deve allarmare. Invece, si discute già sul dopo elezioni senza tener conto che mancano ancora cinque mesi durante i quali tutto potrà accadere. Le tensioni sui mercati finanziari covano sotto la superficie e sono pronte a una eruzione cutanea. L’emergenza non è finita e la luce in fondo al tunnel può diventare il bagliore di una nuova esplosione.

Se il professore non risale in cattedra, l’inverno dello scontento lo gelerà. La società italiana sembra estenuata, ma anche per questo aumenta quel ribellismo esasperato che si fa politico (vedi Beppe Grillo). Dunque, ci vuole una ripartenza su basi nuove. Via con un nuovo governo Monti.

A quanto siamo arrivati? Sarebbe il Monti ter. Oddio, che confusion de confusiones.

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