Il partito estero e la mosca al naso di Monti

Il partito estero è già sceso in campagna elettorale. Lo compongono le cancellerie europee da un lato e i mercati finanziari dall’altro, talvolta in piena sintonia, talaltra in tensione dialettica tra loro, ma con la consapevolezza che oggi più che …Leggi tutto

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Il partito estero è già sceso in campagna elettorale. Lo compongono le cancellerie europee da un lato e i mercati finanziari dall’altro, talvolta in piena sintonia, talaltra in tensione dialettica tra loro, ma con la consapevolezza che oggi più che mai la partita economico-politica in un grande paese non si gioca soltanto tra le mura domestiche. Se non si parte da questo dato di fatto, non si capisce lo psicodramma dopo le annunciate dimissioni di Mario Monti.

Cominciano dalla domanda di base: cosa vogliono questi mercati? Cosa cambia se si vota il 24 febbraio o il 10 marzo? Lo chiedo a un giovane misso dominico di un fondo americano, inviato per capire se conviene ancora tenere in Italia i quattrini dei suoi clienti. Lui non si fa smontare e ribatte: lei mi può garantire che se vince Pierluigi Bersani non rinnega la riforma delle pensioni? O che Silvio Berlusconi non rimetterà in discussione  il fiscal compact? Io non posso assicurare niente, ma c’è chi dice che la drammatizzazione è eccessiva, in qualche modo costruita ad arte per preparare la discesa in campo di Monti. Il giovanotto si fa incalzante: lei è sicuro che si presenterà alle elezioni? E chi può dirlo? Sta solo nella testa di Giove. Però, voi che muovete miliardi di miliardi, sperate che il professore resti al centro della scena. Alla domanda cosa vogliono i mercati, allora, si deve  rispondere per ora con un’altra domanda: cosa intende fare Monti?

La Merkel lancia un diktat: l’Italia vada avanti con le riforme e guai a fare la campagna elettorale contro di me. Hollande sembra avere le idee chiare: in un mese o due il professore sarà in grado di unirsi a una coalizione e darà il suo contributo alla stabilizzazione dell’Italia. Il suo scenario è un Monti superministro di Bersani il quale, però, lo ha messo in guardia: meglio che si tenga lontano dalla contesa elettorale.  Tifa per il professore il Partito popolare europeo e tutta l’eurocrazia di Bruxelles. Nessuno vuole che faccia il Cincinnato, ma Monti che cosa vuole?  Perché se le dimissioni sono un passo in avanti verso la discesa nell’arena, allora hanno un senso, fanno parte di una strategia razionale. Altrimenti appaiono un mero gesto di orgoglio, la reazione di chi si fa saltare la mosca al naso, la piccata risposta alla decisione di Berlusconi. Ed è anche questo che inquieta i mercati.

Monti ha fatto molto per l’Europa poco per l’Italia scrive Lex, l’autorevole rubrica del Financial Times. Guarda alla recessione e a un debito che sale inesorabile al 130 per cento del prodotto lordo, proprio a causa della mancata crescita. Un macigno che a sua volta blocca lo sviluppo, anche se oggi è diventato più italiano: solo un terzo è in mano straniere, prima della crisi s’avvicinava alla metà. Insomma, ci siamo ricomprati un bel po’ di titoli che sono finiti soprattutto in pancia alle banche le quali, adesso, rischiano l’indigestione. Per paura di dover far fronte a un improvviso default, si tengono i soldi in cassaforte invece di prestarli a imprese e famiglie. Lo spiazzamento degli investimenti passa di qui in una economia bancocentrica. Dunque, si deve ridurre il costo che lo stato italiano paga per finanziarsi con il risparmio degli altri paesi, intervenendo in parallelo sull’uno e sull’altro termine del rapporto tra debito e pil: in altri termini va fatto scendere il debito mentre si fa salire il prodotto lordo .

Se è così, l’agenda Monti va cambiata, non solo aggiornata, perché deve puntare sulla riduzione delle tasse finanziando l’operazione con un più energico taglio alle spese. E questo lo ha detto Draghi. Lo spazio esiste, chi grida alla macelleria sociale mente: su 800 miliardi di spesa pubblica non è credibile che si riescano a tagliare solo gli 8 miliardi della spending review.  Ma il fatto è che quell’agenda è un simbolo, non un programma. Il vero problema è chi la gestisce, in altri termini, la credibilità di chi governa. Per questo non bastano le assicurazioni di Bersani al Wall Street Journal. E Berlusconi, giustamente scandalizzato per certe volgari reazioni al suo ritorno in lizza, dovrà accettare che gli esami per lui non finiscano mai.

I mercati vivono nel mondo dove operano e che spesso manipolano, quindi sono a loro volta direttamente influenzati dalla politica e dalla logica di potenza delle cancellerie. Il partito estero, insomma, è un protagonista di primo piano. In Italia lo è sempre stato, dal dopoguerra ad oggi, sia pure in modo diverso. Ancora una volta avrà un ruolo determinante nell’urna, voterà eccome. La sovranità ha cambiato forma e sostanza, si è estesa fuori dai confini e non essa la legittimità e il potere di governare. Invece di levare antistorici lamenti, i leader e i partiti dovrebbero attrezzarsi, mandare all’estero i propri sondaggisti, imparare le lingue e conquistare gli animi e le menti europee, americane, cinesi. Anche l’agorà è globale non solo il mercato che l’ha generata.

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