Banche, e questa la chiamano unione?

Una unione bancaria sotto la sorveglianza della Bce? Forse. Magari nel 2014. Certo non prima del settembre prossimo, perché le elezioni tedesche impediscono qualsiasi ulteriore passo avanti nella integrazione europea. Ecco, le cose stanno così, non come è stato scritto …Leggi tutto

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Una unione bancaria sotto la sorveglianza della Bce? Forse. Magari nel 2014. Certo non prima del settembre prossimo, perché le elezioni tedesche impediscono qualsiasi ulteriore passo avanti nella integrazione europea. Ecco, le cose stanno così, non come è stato scritto sulla maggior parte dei giornali italiani. Perché Angela Merkel ha chiarito in tutte le salse che lei vuole una Europa federale, nel lungo termine, en attendant, i panni sporchi si lavano in famiglia. Di condividere il peso della crisi non se ne parla neppure. Non accade per i debiti sovrani, figuriamoci per la banche. “Uno può criticare la posizione della signora Merkel, ma non per la sua mancanza di chiarezza”, ha scritto Wolfgang Münchau sul Financial Times. Il bazooka salvastati escogitato da Mario Draghi (Ouright Monetary Transactions) contro la volontà della Bundesbank, è rimasto in armeria e lì resterà, a meno di nuove tempeste più o meno perfette.

E allora, cosa è stato deciso nel vertice del 13 dicembre? Di studiare un meccanismo che riguarda le banche con attività superiori a 30 miliardi di euro, cioè tra 100 e 150 istituti sui seimila esistenti nella Ue. Ma sono le banche sistemiche, quelle troppo grandi per fallire perché farebbero cadere l’intera economia, si dice. Vero e non vero. Perché, a parte qualche eccezione importante, tra le quali Commerzbank, i pericoli maggiori vengono dalle banche locali, per lo più medie e piccole, a cominciare dalle Landesbanken tedesche, o dalle casse di risparmio spagnole, legate al territorio e soffocate da crediti a rischio o addirittura inesigibili.

Pochi ricordano, del resto, che la crisi finanziaria in Europa scoppiò in una piccola banca tedesca, la prima a fallire in assoluto. Si chiama IKB Deutsche Industriebank, con sede a Düsseldorf. Sulla carta, è specializzata nel credito alle piccole e medie aziende, in realtà grazie ai suoi prestiti facili sono stati realizzati interi quartieri nella Florida del boom edilizio. Finché il marcio non è venuto a galla. E’ il 31 luglio 2007. E la virtuosa Buba si affretta a orchestrare un salvataggio lampo grazie al KfW, Kreditanstalt fur Wiederaufbau, il braccio finanziario del governo (simile all’italiana Cassa depositi e prestiti) che oggi possiede il 38% dell’istituto.

Non è stato l’unico salvataggio in terra di Germania. Dresdner Bank, una delle prime cinque, arrivata nel 2009 sull’orlo del crack, viene fusa nella Commerzbank, ma ancora una volta la moneta cattiva caccia quella buona e l’operazione impiomba i conti della seconda banca del paese. Berlino interviene con il fondo pubblico SoFFin creato per puntellare il sistema creditizio. L’operazione non risolve i problemi perché nel dicembre scorso, di fronte alla necessità di aumentare il capitale per rafforzare i requisiti patrimoniali, il ministero delle finanze prepara un progetto di integrale pubblicizzazione.

Ciascun contribuente paga per le coprire le magagne delle proprie banche nazionali. E nessuno straniero ci deve mettere il naso. E’ in base a questa logica che nel 2008 Angela Merkel ha rifiutato la proposta di un fondo europeo di intervento, sul modello di quello americano, avanzata dalla Francia (era ministro dell’economia Christine Lagarde oggi a capo del Fondo monetario internazionale).

Nella realtà, dunque, il mercato anziché diventare più unito, si è frantumato in seguito alla crisi. E le autorità nazionali, a cominciare dalla banche centrali, hanno cominciato a litigare l’una con l’altra. I francesi hanno negato agli inglesi dettagliate informazioni sullo stato delle loro banche, gli austriaci hanno chiuso i rubinetti verso Ungheria e Romania, i regolatori britannici hanno impedito al Banco di Santander di trasferire fondi dalla sua affiliata inglese.

Il conflitto più acuto è scoppiato tra Italia e Germania quando Unicredit nel 2011 ha preso in prestito 11,3 miliardi di euro dalla Hypovereinsbank, per alimentare gli sportelli italiani a secco di denaro liquido. La Bundesbank ha bloccato l’operazione, la Banca d’Italia è intervenuta, invocando il principio del mercato unico e la reciprocità. Anche perché Deutsche Bank si comportava allo stesso modo. C’è una differenza, perché la Deutsche italiana è una mera filiale mentre Hypovereinsbank mantiene un proprio profilo giuridico. Ma, in realtà, si tratta di un cavillo. Tanto che, per non rischiare ritorsioni, la Deutsche ha dato indicazione ai manager italiani di contare sulle proprie risorse. Nella primavera scorsa è stato raggiunto un accordo e Intesa ha fornito collaterali in cambio del prestito che hanno soddisfatto la Buba. La Banca d’Italia ha invitato per un chiarimento i colleghi tedeschi che hanno ringraziato per la cordiale ospitalità, ma non hanno cambiato idea. La strada verso l’unione è davvero lunga e lastricata di trappoloni.

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