Economia

Ecco perché la Cina potrebbe perdere la guerra delle banche

La Asian infrastructure investment bank fa gola all'Europa, ma non è detto che Pechino riesca a raggiungere gli obiettivi che si è prefissata

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– Credits: White House Photo / Alamy

Il lancio della Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib) cinese sta creando molte polemiche e perplessità. O meglio, se proprio volessimo essere precisi dovremmo dire che è stata l'adesione di Italia, Francia, Germania e Regno Unito prima, insieme alla decisione di Giappone, Australia e Corea del Sud di fare altrettanto poi, a gettare benzina sul fuoco. Tutto perché gli Stati Uniti vogliono rimanerne fuori.

Cos'é la Aiib

Andiamo con ordine. La Aiib è stata fondata lo scorso ottobre, raccogliendo, come previsto, il consenso della maggior parte dei paesi asiatici. Quindi Bangladesh, Brunei, Cambogia, Cina, Filippine, India, Kazakhstan, Kuwait, Laos, Malaysia, Mongolia, Myanmar, Nepal, Oman, Pakistan, Qatar, Singapore, Sri Lanka, Thailandia, Uzbekistan e Vietnam. Insomma, tutti tranne i più grandi e in qualche modo più vicini a Washington.

La Aiib è stata presentata come un mega fondo per lo sviluppo asiatico. Una struttura, quindi, sulla carta non molto diversa dalla più famosa Asian Development Bank (Adb). Altro gruppo regionale votato allo sviluppo fondato nel 1966 e di cui fanno parte anche Giappone, Australia e Stati Uniti. Tra l'altro, sarebbe utile ricordare che una grossa fetta dello sviluppo asiatico è stata finanziata proprio dai programmi sponsorizzati dalla Adb.

I problemi tra Cina e Stati Uniti

Anche la Cina si è guadagnata negli anni un ruolo di punta all'interno della Adb, e avrebbe potuto continuare a migliorare la propria posizione al suo interno se non si fosse messa in testa di portare avanti una sorta di guerra di popolarità con gli Stati Uniti. Per dimostrare di essere in grado di conquistare simpatie e appoggio anche tra i paesi che hanno sempre strizzato l'occhio all'Occidente, ma anche per ottenere più peso in una lunga serie di istituzioni nate in una fase in cui la Repubblica popolare non era ancora così importante e che quindi continuano a considerarla, di fatto, un partner secondario. 

La strategia di Pechino

Per ottenere questo risultato, Pechino ha deciso di utilizzare fortissimi incentivi economici, che in un momento di crisi generalizzata come quello attuale risultano ancora più appetibili. La Cina ha già lanciato diverse organizzazioni regionali che dopo una prima fase di rodaggio si sono rivelate molto meno incisive del previsto, e la Aiib rischia di essere un altro flop. Se così sarà, nessuno ci avrà perso nulla. Ma se invece questo nuovo Istituto sarà in grado di farsi carico della gestione dei principali progetti di sviluppo asiatici a livello di infrastrutture, rimanerne fuori potrebbe essere rischioso per tanti. Europei inclusi, da qui la scelta di aderire per "migliorare le condizioni delle attività economiche a livello globale". 

La Cina sta investendo tanto in Europa, ma anche in Giappone e in Ausralia, e tutti questi paesi, consapevolmente o inconsapevolmente non importa, hanno paura che dicendo di no a Pechino, quest'ultima possa decidere di punirli chiudendo i rubinetti di importazioni e investimenti. Come se poi la Cina fosse un paese capace di mettere da parte l'interessa nazionale e scegliere dove investire o cosa comprare per aiutare i suoi partner commerciali. Ma anche questo dettaglio conta poco. Se, ad esempio, come sta succedendo ora, la Cina è interessata all'Italia, meglio evitare di indispettirla e continuare il suo gioco, visto che i suoi capitali fanno comodo al paese.

Scenari futuri

E questo l'unico motivo per cui, alla fine, gli Stati Uniti si sono ritrovati ad essere l'unico paese contrario all'espansione globale della Aiib. Da un punto di vista economico per l'America cambia poco, visto che se vorrà intervenire in Asia potrà sempre farlo attraverso altri canali già rodati. Il fatto che nelle ultime ore sia il Fondo Monetario Internazionale sia la Adb si siano espressi a favore di una eventuale collaborazione con la nuova banca cinese la dice lunga sull'intenzione statunitense di evitare di concedere a Pechino troppa autonomia. 

Il vero problema però è un altro. Partita come strumento di una strategia politica volta a rafforzare l'immagine della Repubblica popolare in Asia e nel resto del mondo, il successo che la Aiib ha ottenuto, almeno sulla carta, la costringe a impegnarsi per dimostrare di essere in grado di raggiungere gli obiettivi promessi. E se Pechino non ci riuscisse? Se avesse già troppe risorse bloccate su altri progetti? Ci troviamo di nuovo su un campo pieno di incognite in cui l'unica certezza è che la conduzione del gioco sa in mano alla Cina. Se non ha fatto il passo più lungo della gamba, riuscirà a vincere la sua partita. Altrimenti, sarà stato fatto di nuovo molto rumore per nulla. 

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