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Zonda, Huayra: ecco il signore delle supercar

Chi è Horacio Pagani, designer con il pallino della meccanica

Credits: Massimo Sestini

«Nella mia vita avevo scritto solo una lettera di raccomandazione» gli disse il suo mito, Manuel Fangio. Ma per lui ne fece cinque, una per ciascuno dei mostri sacri dell’automobilismo italiano. E una, seppure tra mille difficoltà, andò a buon fine. Fu così che Horacio Pagani, designer con il pallino della meccanica, nel 1982 volò in Italia con il suo book pieno di disegni e sogni e iniziò a lavorare alla Lamborghini. Ma non era abbastanza per lui, che voleva fare l’auto più bella del mondo. Così, quando 10 anni dopo decise di mettersi in proprio, fu ancora il grande pilota argentino ad aiutarlo e la Mercedes gli mise a disposizione i suoi motori, non senza avere prima inviato una task force d’ingegneri a controllare anche le virgole del progetto. E nacque la Zonda, costruita in 131 esemplari.

Oggi nella fabbrica di Modena (e dove, altrimenti?), si producono 25 Huayra all’anno, ma presto con il nuovo stabilimento saranno il doppio, anche perché i bolidi dell’argentino visionario hanno avuto l’omologazione per gli Usa, da dove sono già arrivati i primi ordini. Meglio non perdere tempo, la lista d’attesa è lunghissima, anche tre anni. Lo sanno gli sceicchi, i sultani, e i miliardari di mezzo mondo che fanno la fila per il nuovo mostro di carbonio alluminio e titanio. Oltre 700 cavalli di potenza ne fanno una vera supercar, per non parlare del prezzo: tra 1 e 2 milioni di euro (iva esclusa), a seconda della configurazione, che richiede mesi di messa a punto con il futuro proprietario.

Pagani li conosce tutti, uno per uno, perché il cliente va capito, assecondato e guidato allo stesso tempo. «Devo scoprire il meccanismo che crea emozione in loro» spiega. Senza dimenticare, citando il padre che in Argentina continua a gestire un forno, che «il cliente non è quello che viene una volta, ma quello che torna una seconda». Dopo avergli comprato una Zonda, 35 miliardari hanno già ordinato la seconda. Poi, certo, c’è anche chi va oltre. Come il signore di Abu Dhabi (niente nomi, è ovvio) che nel suo garage ne ha sette. Ostentazione? Pagani, che fa del basso profilo la sua filosofia di vita, non si scompone. «Il 90 per cento dei miei clienti hanno lavorato duro per arrivare al successo, hanno sofferto e hanno fatto delle rinunce, quindi sono sensibili, hanno la capacità di capire».

Per lui la sensibilità al bello e alla perfezione tecnologica sono tutt’uno, da mixare nelle giuste dosi con umiltà. Come fece il suo grande maestro, che 500 anni prima di lui aveva osato quello che nessun uomo immaginava. Il genio di Leonardo da Vinci ha segnato ogni passaggio della sua vita privata e professionale. «Ero un ragazzino che viveva nella pampa, avevo passione per l’arte e genio scientifico e pensavo: studierò belle arti o ingegneria» racconta Pagani, con le sue esse spagnoleggianti. «Poi un giorno, leggendo Selezione dal Reader’s digest, ho letto di Leonardo e una sua frase mi ha aperto un mondo: arte e scienza possono camminare insieme. E mi sono detto: se Leonardo ha detto così, farò tutte e due le cose insieme». Pagani è stato di parola. Non si è laureato in ingegneria e non si è diplomato in belle arti, ma è diventato un designer capace di manipolare la materia con le sue mani e costruire mezzi meccanici di ogni tipo: dalla minimoto assemblata con pezzi di risulta in un garage argentino fino alla Huayra di oggi, che sarebbe certamente in grado di costruire da solo, cuocendo nell’autoclave come se fosse il forno di suo nonno il carbonio che poi, cesellato a mano, darà forma e sostanza alla carrozzeria dell’auto più bella del mondo. Un solo imprenditore, sostiene, è riuscito a coniugare alla perfezione bellezza e tecnologia: Carlo Riva, «amico e maestro di vita» che con il suo motoscafo Aquarama ha lasciato un segno indelebile nella storia del buon gusto italiano.

«Leonardo ha scoperto dei meccanismi ingegneristici incredibili» riprende Pagani «ma non aveva i materiali, l’energia, la tecnologia. Oggi per noi è più facile, abbiamo tutto, anche se forse ci manca la creatività. Il nostro compito è portare avanti l’idea di Leonardo, dove arte e scienza camminano insieme». Ecco, la costruzione delle sue auto è una sorta di missione, per questo signore dai modi gentili. Che ha saputo combattere con successo nell’arena del business, dove gli ideali devono venire a patti con la realtà della fabbrica, della concorrenza, dei mercati, tutti elementi potenzialmente avversi e comunque difficili, con i quali Leonardo non si è mai confrontato.

In Italia, se non fosse per i ragazzini che usano la Zonda nei loro videogiochi, è quasi sconosciuto. All'estero è un numero uno, in Cina è stato scelto come migliore marchio del lusso italiano. Per la sua azienda le offerte si sprecano. «Ne ricevo una al mese» ammette. E quasi per scusarsi sottolinea: «D’altra parte, buona parte dei miei clienti sono banchieri…».

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