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Aziende

Veolia al capolinea in Italia

Entrata in grande stile nel 2007 nel business dei rifiuti, un anno dopo già aveva a che fare con le Procure. E ora è in pre-liquidazione

(Credits: LaPresse)

Bruciare rifiuti nel nostro Paese è un affare spesso bollente. La multinazionale francese Veolia, più che scottata ci si è ustionata. Dopo cinque anni italiani vissuti pericolosamente, questo colosso dei multiservizi, che gestisce e incenerisce gli scarti di 60 milioni di persone in un capo e nell’altro del mondo, ricavandone un terzo del suo fatturato (29,6 miliardi di euro nel 2011), sta scappando dalla Penisola.

Nel consiglio di amministrazione della capogruppo Veolia Environnement, siede da tempo un italiano illustre come il presidente dell’Eni Paolo Scaroni. Ma non è bastato. Il gigante francese non è riuscito a venire a capo del groviglio di difficoltà in cui si è trovato dal profondo sud al profondo nord del nostro Paese.

Oggi la Veolia Servizi Ambientali Tecnitalia, come si chiama la società del gruppo che in Italia gestiva quattro termovalorizzatori, sei impianti di trattamento dei rifiuti, più alcune discariche in Calabria, Versilia, a Brindisi e a Vercelli, è in pre liquidazione. Lo scorso 17 settembre ha chiesto e ottenuto per la seconda volta dal Tribunale di La Spezia di essere ammessa al concordato preventivo, ultima chance prima del fallimento. Entro il prossimo 30 novembre, presenterà la sua proposta per soddisfare in tutto e in parte i creditori, che dovranno votarla all’inizio del 2013. Fosse bocciata, lo scenario paventato dalla stessa Veolia è da incubo: "Improvvisa interruzione delle attività di società che gestiscono interi settori del ciclo di smaltimento dei rifiuti e in Calabria pressoché l’intero sistema regionale. Licenziamento dei dipendenti. Impossibilità o difficoltà di utilizzo degli impianti. Inasprimento dei contenziosi in atto. Un contenzioso potenzialmente anche aspro con i fornitori", è scritto così, nero su bianco, nel piano allegato alla prima richiesta di concordato, presentata meno di sei mesi fa e ritirata con la nuova domanda.

La fuga dalla Penisola, in realtà, è già cominciata. Sequestrato dalla magistratura nel 2009, il termovalorizzatore di rifiuti speciali che la Veolia gestiva a Brindisi è stato abbandonato poco dopo, con strascichi sul fronte giudiziario che si sono trascinati fino a oggi. Quest’estate, la società ha lasciato gli impianti che aveva in Versilia e a Vercelli. L’emergenza rifiuti che avrebbe potuto scatenarsi di conseguenza, è stata in qualche modo tamponata e solo Viareggio è rimasta alcuni giorni piena d’immondizia.

Quegli impianti, però, sono ancora tutti chiusi, i relativi dipendenti in cassa integrazione, mentre gli enti pubblici arrancano nella ricerca di un nuovo gestore.
In Calabria, la Veolia ha fissato il terzo ultimatum qualche giorno fa, assicurando che stavolta non ci saranno proroghe in corner: il 23 novembre se ne andrà, consegnerà le chiavi del termovalorizzatore di Gioia Tauro e dei cinque impianti di trattamento dei rifiuti che gestisce nella regione, mentre i 150 che ci lavorano saranno messi in mobilità.

Il rischio disastro, qui, è quasi una certezza: lo smaltimento della spazzatura calabrese corre sul filo dell’emergenza da almeno 15 anni e la gara d’appalto necessaria a trovare un gestore alternativo alla Veolia non è nemmeno cominciata. Il cantiere per il raddoppio del termovalorizzatore di Gioia Tauro, intanto, che tra polemiche e interruzioni era arrivato quasi a conclusione, è fermo da mesi.

Ciliegina sulla torta, alla fine di ottobre la Veolia si è liberata anche del termovalorizzatore del Molise, di cui aveva preso il controllo totale un anno fa soltanto e che non era compreso nel concordato preventivo: Antitrust permettendo, ne sarà perfezionata la vendita alla multiutility dell’Emilia Romagna Hera. In Italia, al momento, le resta solo la comproprietà dell’inceneritore di Piacenza, ma chissà per quanto.

Dell’immondizia made in Italy, il gruppo transalpino non ne vuole più sapere. La gestione si è rivelata «pesantemente non remunerativa» e la capogruppo francese non ci metterà più un euro: per il quinquennio italiano ha già sborsato, e perduto, «quasi 200 milioni di euro, oltre ai costi di acquisizione iniziali», pari a oltre 100 milioni.

Di chi è la colpa di questa débacle? Del gigante francese? O del nostro Paese, dove si fatica a fare impresa, tanto più in un campo spinoso come i rifiuti? La Veolia propende per la seconda ipotesi. Nel primo piano di concordato, quello da poco ritirato, si legge che "l’insostenibile tensione finanziaria" della società è "generata dagli inadempimenti e dai contenziosi con le concedenti e le pubbliche amministrazioni". Si citano "le problematiche politiche e giudiziarie diffuse nei rapporti con gli enti pubblici e la popolazione residente in prossimità degli impianti", nonché il "clima di contrapposizione e ostilità" che li circonda.

Dalla sua disavventura nella spazzatura italiana, in effetti, la Veolia avanza oltre 128 milioni di crediti. Ma in Italia ha lasciato anche più di 362 milioni di debiti. Circa la metà sono con società del gruppo. A oltre 88 milioni ammontano i debiti verso le banche, Intesa Sanpaolo, Bnl e Carige in particolare. Ai dipendenti la società deve 2,5 milioni, a collaboratori e professionisti 3,8 milioni, quasi 48 ai fornitori.

Ma è la mole di contenzioso giudiziario a impressionare. Dietro di sé la Veolia Servizi Ambientali lascia una valanga di cause per recuperare arretrati milionari, molte delle quali ancora aperte: ricorsi e controricorsi alla giustizia amministrativa, a quella civile, lodi arbitrali.

Lunghe, estenuanti, le battaglie legali qualche volta hanno pagato. Due settimane fa, è arrivato a sentenza definitiva un ricorso avviato al Tar nel 2008, per reclamare dalla Regione Calabria quasi 27 milioni di contributo pubblico promesso e mai elargito. In dirittura d’arrivo, anche due arbitrati ai quali quatto anni fa era stato demandato il recupero di somme monstre dal Commissario all’emergenza rifiuti calabrese: oltre 262 milioni di euro in tutto. Le sentenze hanno dato ragione alla Veolia, sia pure riducendone le pretese a un quarto della cifra, e a nulla, per ora, sono valsi i ricorsi dello Stato italiano e del Commissario calabrese. Anche se in via provvisoria, in attesa della sentenza della Corte d’Appello di Roma prevista per il 2014 (sic), a fine agosto la Veolia ha incassato 65 milioni. A pagare, la Presidenza del consiglio, dalla quale dipendono i Commissari ai rifiuti.

A sedere sul banco degli imputati, però, capita siano anche uomini della Veolia Servizi Ambientali Tecnitalia. Cinque procedimenti penali sono a oggi ancora in corso. Il prossimo gennaio inizierà il processo più pesante, nel quale sei dirigenti e responsabili del termovalorizzatore che la società gestiva a Pietrasanta, in Versilia, sono accusati di aver volontariamente scaricato acque reflue contenenti diossina nel torrente che scorre accanto all’impianto.

Sul fronte nord, nel mirino della magistratura c’è il termovalorizzatore vercellese, con due filone d’indagine scottanti: scorie altamente nocive sottoterra e inquinamento dell’atmosfera. È un’inchiesta che pareva destinata a spegnersi. Chiesta l’archiviazione dal Pm di Vercelli, però, è stata appena avocata dalla Procura di Torino.

L’avventura nei rifiuti d’Italia della multinazionale francese era cominciata in grande stile a maggio 2007, con l’acquisto di una società dell’italiana Termomeccanica e dei suoi impianti. Tempo un anno, e la Veolia si era già rivolta alle Procure. I termovalorizzatori ereditati, denunciava, erano truccati, i dati sulle emissioni di ossido di carbonio sistematicamente manipolati per farli risultare a norma.

Oggi la Veolia e la Termomeccanica hanno diviso i loro destini. Dopo un duro braccio di ferro nei tribunali, le pretese di risarcimenti, un laborioso arbitrato internazionale, le due hanno trovato un accordo e i francesi hanno versato 35 milioni di euro agli italiani per il 25 per cento della società che gli mancava. La Termomeccanica, però, ha continuato a lavorare alla costruzione del secondo termovalorizzatore di Gioia Tauro da fornitore della Veolia e ora compare nel lungo elenco dei suoi creditori. Come gli altri fornitori, con la prima proposta di concordato si è vista tranciare il 90 per cento di quanto dovuto (10 milioni di euro circa). Ma ha deciso di non starci. E ha già chiesto al Tribunale di far fallire la sua ex socia.

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