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Telecom Italia, il 'no' a Sawiris e il favore agli azionisti

Ecco perché l'azienda sulla cessione della rete non sta facendo l'interesse del paese

Franco Bernabé, amministratore delegato di Telecom Italia (Credts: ANSA/ DANIEL DAL ZENNARO)

Più che un problema di prezzo sembra una questione di ordini di grandezza. Telecom Italia è a corto 
di risorse per gli investimenti, certo, e i soldi di Naguib Sawiris farebbero comodo. Ma che senso ha
 un’offerta di 3 miliardi per il sostanziale controllo dell’azienda, negli stessi giorni in cui questa ne
 chiede 15 alla Cassa depositi e prestiti solo per conferire la sua vecchia rete di rame a una società di
 cui pretende pure il controllo?

Bisogna partire da questa incongruenza per farsi un’idea della partita a 
scacchi in corso sulle strategie industriali dell’ex monopolista telefonico che ha detto "no" all'offerta da 3 miliardi di euro per l'ingresso nell'azionariato del magnate egiziano Naguib Sawiris e "si" alle trattative con Cdp. Come in ogni vera partita a 
scacchi, l’arma decisiva è anche qui la pazienza, unita alla capacità di mantenere fermi nel tempo gli
 obiettivi strategici.

È un’arte in cui il presidente di Telecom, Franco Bernabè, eccelle da sempre, ma che sta 
dimostrando di saper portare a forme di vero e proprio virtuosismo. Era il settembre del 2009 quando
il presidente di Cassa depositi e prestiti Franco Bassanini ventilò per la prima volta (a un convegno 
della società di consulenza Between a Capri) la disponibilità della Cassa a mettere sul tavolo una fetta
 cospicua dei 10-15 miliardi necessari per una rete di telecomunicazioni fissa in fibra ottica, considerata
 fra i fattori di sviluppo più necessari al nostro paese.

L’unica condizione richiesta era che l’impresa 
fosse condivisa dai più importanti operatori del settore (anzitutto Vodafone, Wind e Fastweb) in modo 
da assicurare un ragionevole ritorno economico nel lungo periodo.
 L’idea fece scalpore, visto che già allora le telecomunicazioni cominciavano ad avere un gran
 bisogno di soldi.

Le compagnie alternative l’accolsero con entusiasmo, vedendo la prospettiva di
 affrancarsi dall’handicap di dover passare sempre da Telecom per accedere alla rete fissa. Neppure
Telecom disse no, ma cominciò a porre condizioni che in tre anni non si sono ancora esaurite. Prima
 chiese di poterla realizzare da sola nelle aree a maggiore risposta di mercato, limitando ai centri minori
 la nascita di una rete comune, poi avanzò obiezioni tecnologiche, estraendo dal cilindro una 
novità chiamata vectoring che moltiplica la velocità di trasmissione sull’ultimo tratto della rete di rame
 a patto che il resto sia di fibra ottica.

Di queste e di altre questioni si è discusso per mesi al cosiddetto “tavolo Romani”, che il precedente
 ministro delle Comunicazioni aveva messo in piedi illudendosi di poter portare a casa un accordo
 entro la fine della legislatura. Poi sono iniziate, con la benedizione del nuovo governo, le trattative
 con la Cassa depositi e prestiti per lo scorporo della rete di rame di Telecom come premessa per la 
realizzazione progressiva della nuova rete.

Ora, dopo tante vicissitudini, si comincia ad argomentare
 che ai fini dell’allentamento delle regole antimonopoliste chiesto a Bruxelles (in vista di condizioni di 
uso della nuova rete tali da incoraggiare gli investimenti) lo scorporo della proprietà non è necessario
 e basta la soluzione scelta da British Telecom, chiamata «Open Reach», che corrisponde grosso modo
 alla separazione funzionale non solo della rete, ma anche delle divisioni ingrosso e dettaglio (a cui la 
stessa Telecom si oppose strenuamente nel 2009).

Infine è spuntata la proposta di Sawiris, che in un primo momento Telecom Italia ha mostrato di 
prendere sul serio proprio come alternativa alla necessità dello scorporo della rete e che ora viene
 accantonata, mentre si annuncia solennemente il proseguimento delle trattative con Cassa depositi e
 prestiti, che non si sa bene a che punto siano.

Quel che si capisce da tutto questo è che Telecom Italia 
ha probabilmente l’interesse di far vivere il più a lungo possibile la sua rete di rame, ritardando l’arrivo
 di quella in fibra (chiunque la costruisca) che porterebbe internet ultraveloce nelle case e negli uffici
 degli italiani. È un interesse del tutto legittimo che l’azienda persegue a beneficio dei suoi azionisti. 
Ma forse è ora di chiedersi se corrisponde o no a quello del paese.

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