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Massimo Onofri, 'Benedetti Toscani' - La recensione

Un anno di pensieri in fumo sotto vaghe stelle: idee, desideri, nostalgie in un libro dei giorni narrati

Benedetti Toscani

Benedetti Toscani, particolare della copertina – Credits: Marchel Duchamp, poster per la mostra Editions et sur Marcel Duchamp / Collezione privata / Foto © Christie's Images / Bridgeman Images by Siae 2017

Se i migliori momenti dell'amore, scriveva Leopardi nello Zibaldone, corrispondono a una "quieta e dolce malinconia, dove tu piangi e non sai di che, e quasi ti rassegni riposatamente a una sventura e non sai quale", di quei momenti è intriso il diario di Massimo Onofri. Transustanziando da Facebook alla consistenza fisica del libro, il fumo dei suoi Benedetti Toscani ha mantenuto intatto il gusto della profondità nella leggerezza. È la lettura perfetta da tenere accanto sul comodino. "Scrisse come se non dicesse niente. E disse tutto", come sintetizzò nel suo diario Eduardo Galeano a proposito di Anton Cechov. 

Fantasticherie del passeggiatore sedentario

Abituato nelle ore del giorno, come dimostra l'esuberante e quasi coevo Passaggio in Sicilia, a tuffarsi nella vita con la massima intensità - amorosa, paterna, amicale, culinaria, letteraria, pittorica, perfino calcistica e pop - di notte lo scrittore si è allenato per un anno a distillare in parole gli infiniti istanti che succedono all'emozione. Un rito quotidiano sedentario dentro un'oscillazione perpetua dalle isole al continente, da un balcone di Alghero a una panchina di Viterbo: la scusa per contemplare, in compagnia del fedele Toscano, l'insufficienza di quelli che Gide chiamava i "nutrimenti terrestri". 

Ora dolenti ora gaudenti, indignati e poetici, appassionati, sferzanti, icastici, i pensieri del fumatore si librano in cielo a rielaborare, prima del sonno, gioie e strazi del vivere. Ecco allora, "sigillati nella malinconia", ricordi e promesse, letture, fantasticherie, enigmi, intuizioni, ritratti, borborigmi, citazioni, invettive favorite magari da una digestione complicata o un clima avverso. Memorabili quelle contro il moralismo prêt-à-porter e lo spiritualismo posticcio alla Coelho, contro l'abbuffata di poesia sui social network e il conformismo marchiato sulla pelle come un tatuaggio: il dramma dell'originalità omologata.

Ci sono pillole di conversazioni letterarie, meravigliosi stralci di biografie che non troverete in alcun manuale o dispensa (da Montaigne a Schopenhauer, da Stendhal a Rousseau, da Alfieri a Casanova, da Boswell a Knut Hamsun, da Comisso a Bufalino). E un'immaginifica storia dell'arte, l'arte che della vita può essere "surrogato o intensificazione", dai bikini di Piazza Armerina fino alle drammatiche pulsioni del concittadino Torquato Anselmi, culminante nelle nostalgie dell'amore eterno di Rodin. Dolentissime le poche note non paesaggistiche sull'Italia, disgraziato paese che vive "nell'odio e nel terrore per lo straniero".

Lo spleen dello stilnovista patologico

Gli incubi privati sono trasfigurati in una favola horror che ricorre settimanalmente con tracotanza. Come un proto-fumettista in overdose da Vermentino, lo scrittore narra le gesta eroicomiche di una arpia che congiura contro una principessa nuragica, circondata da animali immaginari e fantastici. Una metafisica zoofila (un nuovo genere letterario?) che fin dagli epiteti si annuncia come allucinata ed esilarante: cantacane, malincogatto, ontotacchino, penicottero, criptopassero, urgufo, rattosauro... I miei preferiti sono gli psicotarli, bestie tormentatrici generate "per abiogenesi da una pagina ammuffita dell'Interpretazione dei sogni di Freud".

L'io dilatato dello scrittore assorbe insomma quella quota di male di vivere che sobbolle potenzialmente in tutti noi, temperandola di ironia. Pensieri errabondi che potremmo aver già pensato, in un attimo di lucidità o follia. O che torneranno un giorno, quando li avremo dimenticati. Come questo: allenare molto il cervello non salva dalle scelte incaute. Oppure: la famiglia è la cellula cancerosa del corpo sociale. O per finire: invecchiare con dignità, è il nostro unico dovere.

Certe sere più dolci invece la prosa di Onofri branca alle spalle come un tango annegato nel miele, sotto le stelle spolverate dal maestrale, in un sentore di corbezzoli e mirto. In quelle pagine purificate la solitudine e il silenzio dell'isola, come già avveniva in Passaggio in Sardegna, diventano lo sfondo magico di un'utopia per l'indomani: "vivere ogni istante come se ne avessimo già nostalgia".

Per approfondire

Passaggio in Sardegna - La recensione
Passaggio in Sicilia - La recensione

Massimo Onofri
Benedetti Toscani
La nave di Teseo
389 pp, 17 euro

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