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Auschwitz, Buchenwald e le indagini riaperte

Perché proprio ora l'Ufficio centrale tedesco per la persecuzione dei crimini nazisti ha riaperto alcune indagini - Seconda parte

Foto di due deportati russi nel campo di concentramento nazista di Sachsenhausen in Germania (Credits: AP Photo/Markus Schreiber)

Il Procuratore capo dell’Ufficio centrale tedesco per la persecuzione dei crimini nazisti di Ludwigsburg, Kurt Schrimm aveva assicurato che il verdetto emesso il 12 maggio 2011 dai giudici di Monaco di Baviera contro John Iwan Demjanjuk (condannato, ma deceduto in pendenza di appello e quindi morto legalmente innocente, per concorso in 28.060 casi di omicidio nel lager nazista di Sobibor, per aver partecipato alla macchina concentrazionaria pur in assenza di evidenze di crimini individuali) avrebbe dato modo al suo ufficio di rileggere molti casi sotto una nuova luce. Almeno due sono stati già assegnati alle procure territoriali competenti per decidere un eventuale rinvio a giudizio.

QUI I CASI RIAPERTI

Ma perché solo ora?
La cittadinanza straniera dell’indagato, in linea di principio non sarebbe stata di ostacolo per la giustizia tedesca se avesse voluto procedere prima. Kurt Schrimm puntualizza però come solo il verdetto Demjanjuk sia stata la chiave di volta per riaprire il fascicolo. Nella sua arringa finale in quel processo tuttavia l’avvocato Cornelius Nestler, che patrocinava una dozzina di parti civili, suggerì apertamente che c'era stata anche cattiva volontà politica nel vecchio Governo socialdemocratico-verde a guida della Germania.

Osservatori danno per scontato che se ci sarà l’emissione di un mandato di cattura, l’indagato potrebbe essere consegnato senza intoppi alla Germania. Ma Schrimm sottolinea che questi è ancora in possesso del suo passaporto e potrebbe non essere così facile. Lo stesso Breyer ha anticipato all’agenzia AP che se ci si arriverà, si opporrà strenuamente all’estradizione. D’altronde la nuova ondata di indagini si spiega, anche nella coscienza dei magistrati di Ludwigsburg e dei colleghi americani, con il fatto che ormai il tempo per procedere scarseggia. E, probabilmente, anche per non lasciare che la condanna contro Demjanjuk, che non ha mai trovato conferma in un secondo giudizio, possa restare un caso isolato finendo per essere giudicata dalla storia (come l’ha bocciata l’avvocato difensore Ulrich Busch) solo come una “Lex Demjanjuk”, una lettura abnorme ed arbitraria isolata del diritto ad personam.

La ricerca di testimoni, sopravissuti e parenti diretti delle vittime
È già iniziata un’alacre ricerca di testimoni e chi volesse costituirsi parte civile, come permette la legge tedesca, in vista di un processo contro Breyer. In Germania un tandem di legali che si sono già occupati del caso Demjanjuk, così come colleghi negli USA, offre il proprio patrocinio gratuito. Come Thomas Walther, il 69enne ex giudice della centrale di Ludwigsburg ora avvocato, che ne aveva contribuito all’incriminazione concependo il disegno giuridico fatto proprio nella sentenza: “l’innegabile responsabilità, indipendentemente da prove dirette, di chiunque abbia partecipato ad una fabbrica il cui prodotto finale erano i morti”, ed il più giovane 56enne Cornelius Nestler, ordinario di diritto penale all’Università di Colonia, che rappresentò una dozzina di familiari delle vittime del lager di Sobibor.

I due hanno avviato in Israele, Francia ed Ungheria ed anche in Italia, la ricerca di testimoni, superstiti o parenti diretti di persone deportate e decedute ad Auschwitz-Birkenau (figli, mogli, mariti, fratelli e sorelle) nel periodo di servizio di Johann Breyer. Hanno già ricevuto mandato da una donna che ha perso i suoi due figli gemelli e sono stati contattati da altre 6 persone residenti in USA, Canada, Belgio ed Israele, rivela Walther. Contando di acquisire altre richieste anche dall'Italia hanno predisposto un indirizzo di posta elettronica per un primo contatto in italiano: auschwitz.parte.civile@gmail.com.

L’impegno di Walther e Nestler, oltre che dal prestigio professionale implicito in cause di rilievo, scaturisce da ragioni personali. Per Walther è stato l’esempio avuto dal padre, Rudolf, titolare di una ditta di costruzioni ad Erfurt, che non esitò a nascondere due famiglie ebree durante la Notte dei Cristalli aiutandole poi a scappare. Il più giovane e dinoccolato Nestler è invece sposato con un’ebrea americana ed è stato toccato nella sua sensibilità al pensiero di come la shoà sia stata l’arbitraria negazione della vita per molte persone come lei.

Walther, il volto incorniciato in folti riccioli scomposti, si schermisce al paragone con la figura del giudice Fritz Bauer, il magistrato ebreo artefice del primo grosso processo tedesco sugli orrori di Auschwitz, il “procedimento contro Mulka ed altri” che si tenne tra il 1963 ed il 1965 a Francoforte sul Meno. Col processo di Norimberga gli Alleati avevano giudicato i protagonisti maggiori dello sterminio di massa. Bauer, si era concentrato invece soprattutto sui protagonisti di secondo livello, portando alla sbarra, davanti a un tribunale tedesco e non più delle potenze straniere, i tecnici del massacro, quali i medici ed i sanitari di Auschwitz.

Grazie alla rilettura delle norme adottata nel verdetto Demjanjuk la Germania potrebbe affrontare nuovamente un processo ad un esponente del terzo livello, quello dei piccoli esecutori. Anzi secondo un reportage dell’AP almeno altre 80 guardie degli ex lager nazisti sarebbero ancora vive, e potrebbe aprirsi una nuova stagione di processi per i crimini commessi quasi 70 anni fa.

Tedeschi ben difesi
La giustizia tedesca, che pure con tutte le sue mancanze, ha  complessivamente fatto più di quella italiana per quanto riguarda la  persecuzione dei crimini della seconda guerra mondiale, però prende di  mira, come con Demjanjuk, gli stranieri. Anche se non si tratta, come  sostenne il difensore di Demjanjuk, di un goffo tentativo di discolpa storica collettiva o di relativizzazione, dà però pur sempre da pensare che pene inflitte  contro ex gerarchi nazisti di nazionalità tedesca sono spesso state  scandalosamente troppo lievi, e che delle circa 6.400 SS in forza ad  Auschwitz, nei lagers di Birkenau e Buna/Monowitz e negli altri 40  sotto-campi vicini, appena una cinquantina siano mai finite sotto  giudizio innanzi a tribunali germanici.

Di più: probabilmente i 10  ex militari tedeschi condannati dal Tribunale militare di La Spezia in  contumacia nel giugno 2005 per l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema del 12 agosto 1944, in cui morirono 560 civili tra cui 107 bambini e 29 adolescenti, non saranno mai chiamati a scontare alcuna pena ancorché  la richiesta avanzata dall’Italia sia formalmente ancora pendente.

La Procura di Stoccarda d’altronde ha chiuso il 1 ottobre senza luogo a procedere le indagini  contro 8 delle ex SS della divisione corazzata "Reichsführer SS" per il  massacro. La motivazione, così come riferita dalla tedesca SWR: "esiste  la possibilità che l'azione fosse scaturita dall'intento di deportare  uomini idonei al lavoro in Germania e che l’ordine di fucilazione della  popolazione civile sia stato impartito solo dopo che questo fine non era  risultato più raggiungibile. Di conseguenza non è possibile fondare  un'accusa di omicidio nei confronti degli indagati per la mera  partecipazione all'azione; bensì si dovrebbe per ogni singolo poter  fornire prova diretta della partecipazione al massacro e non è stato  possibile individuarla nei confronti di alcuno dei sospetti".

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