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Cinema

Spike Lee: “Michael Jackson: la mia prova d’amore”

Il regista presenta il documentario Bad 25: "Ero un grande fan di Jacko, il mio film ne è la prova"

Spike Lee (Credits: Ansa)

Prima di ricevere il premio Glory to the Filmaker per “il suo talento e la sua genialità”, il regista Spike Lee ha presentato alla Mostra di Venezia in anteprima mondiale il suo atteso documentario su Michael Jackson, dal titolo Bad 25. “Oggi è un giorno speciale – ha esordito senza nascondere un filo di emozione – sono esattamente venticinque anni dall’uscita dell’album Bad, a cui Michael era estremamente affezionato (la riedizione del disco uscirà il 18 settembre, ndr)”.

Diversi i motivi per cui Lee ha deciso di firmare un documentario su Jacko, ad iniziare dai criteri artistici: “Quando mi hanno dato questo mandato dalla Sony Records volevano mi concentrassi solo sulla musica: ora, il fatto è che per tanti anni tutti, me compreso, ci siamo concentrati solo su quest'aspetto di Michael, senza concentrarci invece sul suo incredibile genio musicale. Così ho preferito esplorarne piuttosto il processo creativo: volevo mostrare il sangue, il sudore e le lacrime che c’erano dietro ai suoi capolavori”.

Messa da parte la cura di regista, scatta immediata l'affezione del fan: “La verità è che il film è una lettera d’amore a Michael Jackson: sono cresciuto con lui, anzi quando ho visto che faceva parte dei Jackson 5 volevo proprio essere Michael. L’aspetto e la pettinatura afro ce li avevo, ma non sapevo cantare nè ballare”.

Dal documentario esce un ritratto sentito (e non a caso applaudito) di un grande artista poliedrico e di un instancabile lavoratore: “Era un corpo di lavoro straordinario, studiava i grandi, da Stevie Wonder a Fred Astaire per raccogliere insegnamenti e assurmerne le lezioni migliori. Non ci si improvvisa Michael Jackson, lui a 7 anni già studiava per diventarlo, e anche quando era all’apice del successo non era mai soddisfatto, voleva sempre crescere e migliorare. I grandi artisti come lui non diventano mai noiosi”.

Quando ha saputo della sua morte, nel 2009, per un mese Lee è stato incapace di reagire e si è chiuso nella musica del suo idolo: “Ricordo che quando me l’hanno detto ero in conferenza a Cannes, e come tanti sulle prime non ci ho creduto. Poi mi sono sintonizzato sulla CNN, ho visto suo fratello dare la notizia in ospedale, allora sono tornato a New York e mi ha sorpreso la profondità del sentimento che provavo. Anche mia moglie e i miei ragazzi non capivano cosa avessi, per un mese non ho capito nulla, volevo solo ascoltare la sua musica, e sono corso a comprarmi tutto quello che avesse registrato nella sua vita”.

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