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Muholi, Shibli, Tabrizian: tre grandi fotografe (e le loro “storie vere”) in mostra

FLORENCE E LE ALTRE – Donne fotografe. Donne che con il loro lavoro modificano la realtà in cui vivono (o le problematiche che le colpiscono). Da tempo e con rilievo internazionale. È quello che fanno la sudafricana Zanele Muholi, …Leggi tutto

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FLORENCE E LE ALTRE – Donne fotografe. Donne che con il loro lavoro modificano la realtà in cui vivono (o le problematiche che le colpiscono). Da tempo e con rilievo internazionale. È quello che fanno la sudafricana Zanele Muholi, la palestinese Ahlam Shibli e l’iraniana trapiantata a Londra Mitra Tabrizian.

Da sinistra, di Zanele Muholi "Xana Nyilenda, Newtown”, Johannesburg, 2011 dalla serie “Faces and Phases”, (courtesy l’artista e Stevenson Gallery, Cape Town); di Mitra Tabrizian “The Predator”, 2004, video, (courtesy l’artista e The Wrapping Project Bankside, Londra); di Ahlam Shibli “Untitled (Death, no. 3)”, Palestine, 2011-12 (courtesy l’artista)

Donne coraggiose (Zanele ha subito un furto del suo materiale fotografico nel proprio appartamento su cui grava il sospetto di una ritorsione contro il suo impegno). Donne che ammiro molto. Donne a cui la Fondazione Fotografia di Modena dedica la mostra Three True Stories/Tre storie vere dal 20 aprile al 23 giugno 2013 presso l’ex Ospedale Sant’Agostino della città.

Ed è una mostra che vale la pena di vedere, nonostante le immagini siano spesso crude, soprattutto per riflettere sui disagi che a volte non cogliamo ma, forse con segno diverso ma simile, esistono anche vicino a noi.

Zanele si definisce un’attivista visuale e da tempo è impegnata nella difesa della comunità LGBTI (lesbica, gay, bisessuale, transessuale e intersessuale) africana. Nel 2002 ha fondato un’organizzazione che offre protezione alle lesbiche africane e il suo lavoro documenta i crimini contro la comunità gay, portando alla luce un’atrocità inimmaginabile: gli “stupri correttivi” praticati come “cura” dell’omosessualità, tacitamente accettati dalla maggior parte della popolazione e giustificati ai fini di una presunta rieducazione alla normalità.

Ahlam Ghibli vive e lavora ad Haifa e si occupa delle implicazioni umane, sociali e simboliche del conflitto arabo-israeliano. Tra le sue settanta immagini in mostra sono ricorrenti, quasi ossessivamente, ritratti, scritti e poster di commemorazione delle vittime della lotta contro gli occupanti. La scoperta è come questa ricorrenza ossessiva di ricordi contribuisca, nella società palestinese in cui il rapporto con la morte è quotidiano, a mantenere in vita i defunti, seppur ridotti a rappresentazione fantasmagorica, e sia in grado di plasmarne ideologicamente la sfera pubblica e domestica.

Infine, Mitra Tabrizian indaga il tema dell’identità culturale. Le sue fotografie ritraggono situazioni che, a una prima lettura, riconducono alla tradizione islamica ma contengono sempre qualche elemento che ne rivela la realizzazione in ambienti inglesi. In questo caso, lo scarto visivo è la metafora del senso di disagio percepito dagli esiliati costretti a vivere tra due culture, ed è come se l’essersi rinchiusi nelle tradizioni servisse loro come strenua difesa quotidiana nell’illusione di mantenere intatta la propria identità. Con evidenti, spesso insormontabili, difficoltà.

Insomma, per chi ne ha la possibilità, una mostra da non perdere assolutamente.

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