Chi ha paura del porno in rete?

Il mantra ripetuto e rilanciato dai media è sempre lo stesso, acritico e pedissequo: attenzione alla pornografia e al cybersex! Internet pullula di pericoli per la salute sessuale e sociale di giovani e adulti. Ed ecco che arriva “l’esperto” dichiarante …Leggi tutto

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Il mantra ripetuto e rilanciato dai media è sempre lo stesso, acritico e pedissequo: attenzione alla pornografia e al cybersex! Internet pullula di pericoli per la salute sessuale e sociale di giovani e adulti. Ed ecco che arriva “l’esperto” dichiarante coram populo che il sesso on line genera mostri, perversioni (per gli addetti: parafilie) e subito dopo se ne alza un altro che cerca i riflettori ribattendo: no; produce invece astenia sessuale, desiderio sessuale ipoattivo, inibizione. Ma su una cosa sono entrambi d’accordo: l’inventarsi a tavolino due numeri spacciati per “ricerche” (che naturalmente non verranno mai pubblicate su un vero giornale scientifico) sulla pornoaddiction, giusto per guadagnarsi quei 15 minuti di celebrità mediatica che a nessuno si negano.

Qualche mese fa il Journal of Sexual Medicine mi ha chiesto di valutare la letteratura scientifica su questo argomento. Mi è parso che ben pochi siano riusciti a sfuggire alla tentazione di un atteggiamento giudicante, più teso a cogliere i rischi che non i possibili benefici dell’espressione della sessualità on line. Così è stato per Robert Weiss, che si guadagna da vivere “curando” i sexual addicted nel suo Sexual Recovery Institute, denunciando che il 12% dei siti internet sono porno (avrei detto di più), il 25% delle parole googlate è correlato al sesso (68 milioni al giorno), il 35% dei download è porno, 40 milioni di americani sono pornofili, il 70% dei giovani visita un sito porno almeno una volta al mese (1/3 sarebbero donne) e il giorno preferito per il cybersex sarebbe la domenica e le feste comandate.

Racconta questi numeri come rappresentazione dell’abisso di perdizione su cui ci sporgiamo ad ogni click, ma a Robert Weiss non viene in mente che il pianeta non è, si direbbe, popolato da zombi iper- o ipo-sessuali  contagiati dal morbo internettiano. Nonostante la diffusione di internet, la gente non si accoppia selvaggiamente sulla metropolitana e la pressione demografica anziché calare è in continuo, drammatico aumento (ho appena finito di leggere l’ultimo Dan Brown: ne è valsa la pena anche per riflettere su quest’ultimo – infernale – aspetto). La stessa orrenda piaga dei delitti sessuali si colloca molto più facilmente nell’aerea dell’ignoranza e della repressione sessuale che in quella della licenza, come il paradigma vittoriano di Jack-the-Ripper ha insegnato e la cronaca conferma di continuo.

In effetti, quando si cerca una verifica empirica, galileiana, scientifica dei pericoli della pornografia e della rete, le paure artatamente evocate da chi è interessato a suscitarle sembrano venir meno. Il collega Gert Martin Hald dell’Università di Copenaghen ha scoperto che la pornografia è solo uno dei fattori, e non il più determinante, che si può correlare a comportamenti devianti o a rischio.

L’erezione nella Grotta di Lescaux disegnata 17500 anni fa

Come sempre, non è il mezzo a creare il pericolo, come non è il chianti a creare l’alcolismo. Né i sempre esistiti terrorizzati dai tempora e dai mores riusciranno a conculcare la scopofilia (che non sta per, come sembrerebbe ai non grecisti, la passione per la copula, ma quella di chi ama guardare chi copula). Che il voyeurismo sia evidentemente innato nella nostra specie lo dimostra la lettura del godibilissimo The Prehistory of Sex: Four million years of human sexual culture di Timothy Taylor (Fourth Estate, Londra, 1996): appena l’uomo primitivo ha imparato a graffitare le sue caverne le ha riempite di immagini sessuali. D’altra parte il nostro cugino macaco è disposto a “pagare” con la sua riserva di frutta la visione (noi diremmo: pay per view) di fotografie dei genitali delle femmine top rank (noi diremmo: dive). L’ha elegantemente dimostrato Robert Deaner del Dipartimento di Neurobiologia della Duke University, North Carolina. Purtroppo sembra che nella nostra specie sia anche innato l’istinto censorio che si direbbe talvolta si alimenti di invidia.

Censurando e lacerandosi le vesti, pochi si accorgono del vero pericolo della pornografia: il modello di accoppiamento è rudimentale, violento, maschilista, performante, ginnico, irreale, sostanzialmente costruito sulle grossolane proiezioni maschili. Tuttavia la stragrandissima maggioranza degli utilizzatori, anche abituali, ne trae piacere senza cercare di imitarne le imprese sintetiche e artefatte, esattamente come succede a uno spettatore delle olimpiadi che si diverte e partecipa, ma poi non si sente frustrato per non nuotare come le medaglia d’oro dei 100 metri rana né prende a cazzotti o passa a fil di spada il suo prossimo appena spento il monitor. Tutto rimane nell’ambito (sano) della fantasia. Ignoranti e ingenui possono invece pensare che non sia adeguato/a chi non abbia le dimensioni di Rocco Siffredi, chi non duri come la leggenda metropolitana disse di Sting e chi non sia una disponibilissima sacerdotessa del sesso come l’indimenticata Moana Pozzi.

E poi ci sono i perversi, quelli veri: la pornografia spasmodicamente cercata non è la causa della loro malattia, che ha radici ben più remote; semmai ne è la conseguenza. Un sintomo, quindi. E un amplificatore del tratto psicopatologico che trova cure sia psicoterapeutiche sia farmacologiche.

C’è un solo antidoto per questi, che sono i veri seppur rarissimi rischi del porno internettiano: la conoscenza (nam et ipsa scientia potestas est, diceva Bacone e ho suggerito queste parole quando si è trattato di trovare un motto per il mio Dipartimento universitario all’Università dell’Aquila) e l’aperta discussione. Come faccio con voi in questo blog che apre lo spazio – ovviamente internet – di  Sex Cathedra.

Professore Emmanuele A. Jannini – Coordinatore del Corso di Laurea Indirizzo Psicologia della Devianza e Sessuologia – Università degli Studi dell’Aquila e di Sex Cathedra

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