La lettera è morta e neanche il telefono sta troppo bene

Quando 5 anni fa Gabriele è partito per un anno di liceo negli Stati Uniti, nella documentazione mandata da Intercultura per fornire indicazioni e consigli al ragazzo e alla famiglia per affrontare l’esperienza, c’era una sezione dedicata alla comunicazione. E …Leggi tutto

Foto Miguel Villagran (Getty Images)

Quando 5 anni fa Gabriele è partito per un anno di liceo negli Stati Uniti, nella documentazione mandata da Intercultura per fornire indicazioni e consigli al ragazzo e alla famiglia per affrontare l’esperienza, c’era una sezione dedicata alla comunicazione. E su questo tema si soffermarono anche negli incontri di preparazione: chi era stato via negli anni passati ricordava quelle rare telefonate a papà e mamma, quelle lunghe lettere rare ed attese (a volte con il segno di una lacrimuccia).

Il consiglio era di cercare di vivere appieno l’esperienza, di approfittarne per tagliare un po’ il cordone ombelicale e impegnarsi ad affrontare le prime difficoltà in autonomia, cercando di comunicare con casa non troppo di frequente. Eppure già allora si iniziava ad usare Skype, molti adolescenti stavano su Messenger e il primo iPhone era già nelle tasche dei patiti di tecnologia ( o di esibizionismo).

Ci pensavo ieri sera mentre leggevo sull’ipad una mail che commentava le manifestazioni degli studenti mandata dal mio secondo figlio Lodovico da Londra, chattavo su Facebook con mia figlia Consolata a Rio sullo smartphone e ricevevo un messaggio su Whatsup da mio fratello. Ma avremmo potuto usare Skype o un SMS o Viber o FaceTime o… Una telefonata in effetti è l’ultima cosa che mi è venuta in mente.

 

Sono passati pochissimi anni da quando Gabriele è partito e quello della comunicazione è un aspetto che sta totalmente cambiando le nostre vite. I giovani sono connessi ininterrottamente, la comunicazione è un flusso continuo,  il mezzo è diventato secondario e le distanze sono totalmente ininfluenti.

 

Non siamo del tutto preparati ad affrontare questa rivoluzione, in cui i figli ci stanno trascinando: un rapporto con gli altri continuo e multiplo, ma col rischio di non vivere appieno ciò che hai intorno e di essere frastornato da chi è più invadente. E soprattutto di non sapersi staccare ogni tanto dalla propria quotidianità e dal “rumore di fondo”. Ancora qualche genitore crede di poter riuscire a limitare il tempo in cui un figlio “sta al computer”, ma il pc è già superato. Pensare di controllare l’accesso dei figli al web e alla comunicazione tramite la tecnica o i divieti è del tutto illusorio, solo il dialogo e la responsabilizzazione dei ragazzi, oggi come ieri, possono aiutarli a maneggiare con misura e intelligenza la tecnologia.

 

Comunque poter vedere e parlare con Consolata in Brasile quando ne sento la lontananza è una magnifica possibilità e, per uno “antico” come me, a volte sembra ancora incredibile.

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