Vestirsi da Gengis Khan ad Halloween e altre divagazioni

Era il paese in cui uomini coperti di pelo dalla testa ai piedi infestavano le foreste, spostandosi in coppia e accostandosi a volte ai falò notturni. Era il paese in cui i coraggiosi, partendo alla ricerca di un gregge rubato, …Leggi tutto

Era il paese in cui uomini coperti di pelo dalla testa ai piedi infestavano le foreste, spostandosi in coppia e accostandosi a volte ai falò notturni. Era il paese in cui i coraggiosi, partendo alla ricerca di un gregge rubato, abbottonavano il cielo per ridurre l’anno a un mese e il mese a un giorno. Era il paese abitato dal popolo in cui le donne sono donne e gli uomini cani, il paese in cui di notte Erlik, signore degli inferi, invia i suoi messaggeri per catturare le anime erranti dei dormienti.
(…) Quei cavalieri erano nati per spegnere gli otto continenti distesi fianco a fianco sotto il sole, erano nati per dare l’assalto al cielo, per sfidare la terra, erano nati per comandare questo mondo così vecchio, per sottomettere i nemici più feroci. Discendevano da quelli che, con le loro frecce, avevano ucciso il sole del Sud, il sole del Nord e il sole dell’Occidente e che, per scegliersi gli dèi, trapassavano loro il cuore con la lancia, per poi tenersi l’unico il cui cuore non avesse tremato.

Vladimir Pozner, Il Barone sanguinario.

Questo, in sintesi, è un post sulla paura: lo specifico subito, anche e soprattutto per me stesso, perché rischia di perdersi in mille rivoli e di non arrivare a concludere nulla. O forse è un post sulle paure, perché ce ne sono diverse e di diversi tipi; e soprattutto, mi pare, ci sono paure che servono a qualcosa e altre che servono meno.

E voi direte forse, peraltro giustamente: “Ma che c’entra ora la paura? E che ha a che fare con questo blog e con l’Oriente? Se c’è qualcosa di cui dovremmo avere paura, temiamo, è che l’autore abbia terminato le idee”.

E invece dovreste fidarvi, amici miei. Mi spiego: noi siamo occidentali, giusto? E come occidentali, ciò che più o meno ci identifica da millenni è la sedentarietà e la paura di quello che arriva da Oriente, che è diverso da noi, non semina e vive a cavallo, perciò ci odia o comunque ci minaccia. D’altronde, a ben vedere, se noi siamo Occidente, il resto è per forza Oriente; ed è tutto quello che sta fuori. A volte, poi, il fuori premeva per entrare (i barbari, i Mongoli, ecc…) e a quel punto la paura diventava terrore. Ma anche quando stavano fermi e buoni e non si facevano vedere, non è che gli orientali (cioè gli altri) diventassero amichevoli e rassicuranti; anzi, per certi versi – silenziosi, quasi scomparsi – erano più inquietanti del solito.

Oggi, a una prima analisi, è scomparsa la paura, e ciò che è orientale è visto con curiosità e con un’attrazione che discende da quella romantica dell’Ottocento, ma che oggi si è fatta di massa (direi che tutto il filone dell’esoteria, del buddhismo e della New Age chiarisce bene questa dinamica); a una seconda occhiata, però, direi che è sparito del tutto l’Altro. L’Occidente ha deciso a un certo punto di essere diventato l’Universale, e ha preso d’un tratto a vedere la realtà alla luce di questa centralità, illogica sotto ogni punto di vista, compreso ovviamente quello etimologico e banalmente logico.

Se l’Oriente oggi non fa più paura non è perché lo comprendiamo e lo rispettiamo, ma perché abbiamo creato un nostro Oriente, un nostro buddhismo, ecc.; sicché quello che amiamo frequentare ed elogiare non è l’Altro vero, ma una sua immagine che ci siamo creata per i nostri comodi. E quello che rimane fuori, perché in realtà l’Altro continua a esistere, non è più il Diverso, di cui si può avere paura e che si può anche odiare, ma è l’Inferiore, che non si adegua ai canoni di civiltà e avanzatezza di un autoproclamato Centro. E con simili testoni si può solo essere arrabbiati; al modo con cui ci si arrabbia con i servi tardi di comprendonio e con i cani che non imparano i trucchetti simpatici.

In fondo, infatti, a pensarci, la paura che si è provata per millenni per il Diverso è un segno di rispetto, e non solo di timore: è anche il modo cui si riconosce all’Altro un’esistenza indipendente e basata su altre regole. Che noi, legittimamente, non comprendiamo e non condividiamo, ma che in ogni caso sono umane e valide. E la paura reciproca, d’altronde, non ha mai impedito agli esseri umani di fare i conti l’uno con l’altro.

È un po’, se uno ci riflette, la differenza fra il Carnevale e Halloween; l’uno come espressione di un’ingenuità orgiastica, sotto cui si celava un terrore vero, l’altro semplice importazione senza significato profondo né sentito (è ben vero che esistevano tradizioni schiettamente europee e anche italiane con significati e “funzionamenti” simili; ma la moderna festa di Halloween, ognuno lo vede, è un semplice trapianto di un corpo estraneo da parte di una cultura dominante ma ben distinta e lontana). Nel secondo caso, si ride di una paura che è d’altronde banalizzata e simbolica, e anzi è solo un pretesto per la risata; nel primo, le risate dovevano essere molto forti, giacché servivano a coprire un terrore reale.

Voi direte: ma qui si esagera e si fanno paragoni fuori contesto. Forse sì. Però, al prossimo Carnevale, pensate che Arlecchino, il buffo personaggio inventato dai bergamaschi emigrati come tuttofare a Venezia, suona proprio come Erlik Khan, il dio mongolo degli Inferi, che cavalca nella notte fra Asia ed Europa e rapisce le anime dei vivi e dei morti che incontra sul suo cammino; e che ogni pezza colorata di quel costume è l’uniforme di un’orda o di un esercito calati sul nostro continente o nati da esso e finiti da qualche parte sotto terra.

Arlecchino, ai suoi tempi, faceva molto ridere; ma Erlik Khan fa anche molta paura. Io, di mio, rivendicherei il diritto di avere una paura matta di ciò che è diverso da me. E questa paura, come per i bambini che ridevano davanti al teatro dei burattini, è d’altronde la molla primaria della mia curiosità e del mio amore per l’Altro; sai che noia?, se ognuno fosse come me, se tutto fosse immediatamente comprensibile, se di notte non cavalcasse più nessuno.

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