L’arciduca, lo zingaro e il dolce naufragar della memoria

“Die wissen alle nicht, was der Krieg ist… Ich weiß es… Von Solferino” (Tutti loro non sanno niente di cosa sia la guerra… Io lo so… Da Solferino). Francesco Giuseppe I d’Austria, nel firmare la dichiarazione di guerra alla Serbia.…Leggi tutto

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“Die wissen alle nicht, was der Krieg ist… Ich weiß es… Von Solferino” (Tutti loro non sanno niente di cosa sia la guerra… Io lo so… Da Solferino).
Francesco Giuseppe I d’Austria, nel firmare la dichiarazione di guerra alla Serbia.


All’epoca passavano tutti per Trieste. La città giuliana era fino a un secolo fa quanto di più lontano da ciò che è oggi: un luogo di passaggio, un posto di transito fra percorsi battuti e perfino banali.

Anche l’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este (che pure non amava Trieste né in genere gli italiani) finì per passarci, cadavere sceso da una corazzata e scivolato in Piazza Grande; quella meravigliosa piazza che oggi si chiama Unità d’Italia. Poi i triestini lo misero su un treno per Vienna della Ferrovia Meridionale (un’altra di quelle cose che una volta funzionavano bene e adesso neanche esistono più), decisi a dimenticarlo. Non ci sarebbero riusciti, evidentemente, ma non potevano saperlo in quel momento.

All’epoca morivano, di solito assassinati, un sacco di regnanti e governanti vari. Se poi ci aggiungiamo mogli, parenti, eredi, congiunti, ecc., troviamo che le élite europee, e per la verità anche americane, erano soggette a una vera e propria ecatombe. Il solo imperatore d’Austria-Ungheria Francesco Giuseppe aveva avuto un fratello fucilato dagli insorti messicani, l’unico figlio maschio suicida, la moglie (Elisabetta di Baviera, meglio nota come Sissi) ammazzata con un colpo di lima al polmone da un anarchico italiano (Sissi! hanno ammazzato Sissi!). Si comprende perciò che l’assassinio di un semplice arciduca, benché erede al trono e nipote del vecchio imperatore, non potesse essere un trauma particolare e non bastasse da sé ad annebbiare le menti e a scatenare una guerra mondiale; e in effetti nel luglio 1914 i cittadini e i regnanti di tutta Europa si dedicarono piuttosto alle villeggiature, già in voga in quegli anni, senza dare particolare importanza alla macchinosa inchiesta sui fatti di Sarajevo.

La guerra sarebbe poi scoppiata per troppe furberie, troppi calcoli, troppi fraintendimenti e troppe sicurezze diffuse; ma non, assolutamente no!, per irrazionalità risibili nel XX secolo quali un quasi regicidio o per un qualche impazzimento di massa. No, l’Europa della Belle Époque era certa di saper riconoscere e possedere le chiavi del progresso, e in nome di quella razionale certezza si gettò a capofitto nel proprio annichilimento. In quell’estate 1914 i signori coi baffi dovettero annullare controvoglia le proprie prenotazioni alle terme o sulle spiagge, mentre i giornali rinunciavano altrettanto malvolentieri, nelle loro note di politica estera, a quell’arguzia leggera che era il tratto del tempo, per ritornare alla greve, pesante derisione da caserma che in Europa – fra popoli civili – non si adoperava più da quasi cinquant’anni. Cinquant’anni di pace erano passati in un lampo; nessuno, purtroppo, nessuno ricordava più cosa fosse davvero la guerra.

Nel mezzo di quel periodo di pace, era sceso da un’altra nave e arrivato a Trieste un violinista zingaro ungherese, anzi un solista (prímás), dotato di meravigliosi baffi neri da zingaro, che di nome faceva Rigó János, cioè Giovanni Rigo (gli ungheresi antecedono il cognome); il quale passò alla storia e alla leggenda come Giovannino, “Jancsi”, che si pronuncia Janci. Con lui c’era un’ereditiera statunitense, già moglie di un principe belga, di nome Clara Ward, a sua volta meglio nota come Principessa di Chimay.
Le vicende della coppia sono complesse e lunghe: basterà dire che Rigó suonava il violino, da virtuoso qual era, in un ristorante parigino di extralusso; che la principessa se n’era innamorata al primo sguardo e alla prima nota; e che, pare, a quel tavolo e sotto gli occhi del marito si sfilò dal leggiadro ditino l’anello di fidanzamento avuto dal consorte e lo poggiò nella mano dello zingaro. Quella fu la prima sera di un’unione non lunghissima, ma certo intensa, fra una ricca e famosa protagonista del bel mondo e un violinista magiaro analfabeta. La coppia passò poi per Budapest, ove ebbe accoglienze regali in barba alle convenzioni della buona società, Alessandria d’Egitto, ancora Parigi, ove causò diversi scandali; ma tra Alessandria e l’Europa la linea più ovvia passava allora per Trieste, dove la coppia sbarcò nel 1898. I triestini, un po’ per maggiore coinvolgimento emotivo e un po’ per le comprensibili diverse circostanze, accompagnarono alla Meridionale quella coppia con ben diverso trasporto rispetto a quanto avrebbero fatto nel 1914 con il povero Franz Ferdinand.

Del passaggio dell’arciduca per Trieste non resta nulla. C’era il carro funebre, ma pare sia stato dimenticato in qualche deposito e lasciato a marcire; la vicenda, ora che musei e istituzioni hanno chiesto che si ritirasse fuori ed esponesse il catafalco, ha fatto discutere e ha dato la stura alle solite storie sul disastro che è l’Italia e sul modo in cui da noi si tratta e si conserva la memoria. Ma io, a dire il vero, e lo dico da storico che si è emozionato per un nome di faccendiere ebreo trovato in qualche documento cinquecentesco in luoghi in cui non lo si aspettava, o che a stento trattiene la commozione davanti a un porcospino su ruote con cui giocavano i bambini di 3000 anni fa, io non sono sicuro che si debba conservare proprio tutto tutto. La prima guerra mondiale non la scordiamo di sicuro, e tantomeno la possono dimenticare i triestini; e piazzarci in casa anche il simbolo funereo di una tragedia tanto grande, prima bara di un cimitero infinito, mi pare in qualche modo di cattivo gusto.

Rigó Jancsi, invece, Rigó Jancsi che transitò per Trieste, anche lui, un attimo soltanto, vive ancora nello spirito della città (e non di essa sola, credo) e in un oggetto ben preciso: cioè nella torta Rigoianci, una mattonella spugnosa di crema al cacao e cioccolato fondente, omaggio squisitamente austroungarico a una vicenda deliziosamente (mittel)europea. E non ho paura, oggi 28 giugno 2014, di affermare che questo ricordo del prímás Giovannino è tanto più dolce e piacevole dell’inevitabile e pur giusta commemorazione dell’arciduca Francesco Ferdinando. Che dire? Saremo fatui, ma preferiamo i nostri zingari, le nostre villeggiature in costumi a righe, le nostre fette di torta consumate in pasticcerie dalle pesanti pareti di quercia; i cui spessi pannelli ci impediscono, per un momento ancora, di udire il frastuono che proviene da fuori.

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Immagini tratte da “Il Piccolo”, 5 maggio 1898 (Biblioteca Hortis, Trieste).

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