Home » Tempo Libero » Cultura » Il ritorno del collezionismo: dai Pokémon alle Olimpiadi, ecco perché tutti vogliono collezionare qualcosa

Il ritorno del collezionismo: dai Pokémon alle Olimpiadi, ecco perché tutti vogliono collezionare qualcosa

Il ritorno del collezionismo: dai Pokémon alle Olimpiadi, ecco perché tutti vogliono collezionare qualcosa

Carte rare, K-pop e spille olimpiche: il collezionismo in Italia cresce e conquista soprattutto la Gen Z

Il collezionismo, oggi, non è più un gesto privato confinato alla dimensione quasi intima dell’accumulo, né una mania eccentrica attribuibile a personalità nostalgiche o ossessive, ma è diventato una vera e propria architettura culturale dentro cui si muovono intere generazioni, un’infrastruttura simbolica che permette di costruire appartenenza, di riconoscersi in una comunità e, soprattutto, di dare forma tangibile a un’identità che nel mondo digitale rischia di rimanere fluida, intermittente, perfino impalpabile.

Non si colleziona più per possedere un oggetto raro nel senso tradizionale del termine, ma per aderire a un linguaggio condiviso, per entrare in una conversazione che attraversa piattaforme, città, continenti, e che trova nell’oggetto il suo punto di condensazione materiale; l’oggetto, in questo senso, è la superficie visibile di un sistema molto più complesso fatto di rituali, attese, scambi, storytelling e micro-gerarchie sociali che trasformano un semplice acquisto in un atto identitario.

Gen Z e Millennials hanno interiorizzato questa dinamica con naturalezza, trasformando il collezionismo in una dichiarazione continua di sé, in un modo per dire “questo mi rappresenta” senza doverlo esplicitare, affidando a una carta, a una spilla, a un pupazzo o a un charm il compito di sintetizzare un intero universo emotivo.

I numeri del collezionismo in Italia: la spinta della Gen Z

Se si osserva il fenomeno attraverso i dati, appare evidente che il collezionismo in Italia non è un’onda effimera, ma una pratica strutturale che attraversa generazioni e classi sociali: circa 6 italiani su 10 dichiarano di dedicarsi attivamente a una forma di collezione, mentre un ulteriore terzo afferma di averne avuta una in passato, segno che l’atto di raccogliere, conservare e ordinare oggetti rappresenta una costante culturale più che una moda ciclica. In termini assoluti, si parla di oltre 30 milioni di persone che si definiscono collezionisti, un numero che trasforma un gesto individuale in fenomeno collettivo. Ma il dato più interessante riguarda proprio le generazioni più giovani: tra Gen Z e Millennials l’incidenza del collezionismo è superiore alla media nazionale, con una forte propensione verso oggetti legati alla cultura pop, all’intrattenimento e all’identità personale — dalle carte alle photocard, dalle blind box agli accessori fashion — e una maggiore integrazione tra fisico e digitale. Più della metà dei collezionisti italiani utilizza piattaforme online per acquistare, vendere o scambiare pezzi, mentre tra i più giovani la percentuale cresce ulteriormente, confermando che il collezionismo contemporaneo non è nostalgico ma pienamente immerso nell’economia digitale e nella logica delle community. Chi colleziona dedica in media circa due ore alla settimana alla propria raccolta e possiede oltre un centinaio di oggetti, con un valore medio che può superare i 3.000 euro, a dimostrazione che l’investimento è emotivo ma anche economico. E sul piano macro, il comparto dei beni da collezione genera miliardi di euro l’anno in Italia, con una crescita costante che racconta non soltanto un mercato in espansione, ma un bisogno sociale di appartenenza, continuità e riconoscimento.

Labubu e la liturgia della sorpresa

Il fenomeno di Labubu dimostra con estrema chiarezza come il collezionismo contemporaneo sia costruito attorno all’esperienza più che all’oggetto, perché la forza delle blind box non risiede semplicemente nell’estetica del personaggio, ma nella struttura narrativa che precede e segue l’acquisto, trasformando ogni apertura in un momento performativo che viene filmato, condiviso, commentato e inserito in un flusso collettivo di reazioni, aspettative e confronti.

La casualità, che in altri contesti potrebbe essere percepita come un limite, qui diventa il motore del desiderio, perché introduce l’elemento dell’imprevedibilità e costringe il collezionista a entrare in relazione con altri, a scambiare doppioni, a partecipare a gruppi, a costruire reti informali di scambio che rendono l’oggetto solo una tappa di un percorso molto più ampio.

In questo senso, Labubu non è semplicemente un personaggio da scaffale, ma un dispositivo culturale che attiva comunità globali e costruisce micro-sistemi di appartenenza perfettamente sincronizzati con la logica dei social media.

Ohku: l’oggetto che diventa rituale quotidiano

C’è poi il caso di OHKU, che intercetta una sensibilità diversa ma complementare rispetto al collezionismo pop più esplicito, perché qui l’oggetto non è solo da esporre o scambiare, ma da vivere quotidianamente, trasformando un gesto ordinario in un piccolo rituale identitario.

OHKU costruisce un universo coerente fatto di estetica riconoscibile, serialità e possibilità di combinazione, in cui ogni pezzo non è pensato come elemento isolato ma come parte di un sistema più ampio che invita alla raccolta progressiva, alla composizione personale, alla creazione di una micro-collezione che cresce nel tempo e che, proprio per questo, racconta un’evoluzione interiore oltre che stilistica.

Non si tratta semplicemente di acquistare un prodotto, ma di aderire a un mood, a una filosofia visiva e sensoriale che viene riconosciuta all’interno di una community silenziosa ma molto coesa, in cui il possesso diventa linguaggio e la ripetizione — più che l’eccezionalità — diventa il vero valore.

Se Labubu attiva la sorpresa e le photocard la dinamica dello scambio, OHKU lavora sulla ritualità quotidiana, su quella dimensione intima del collezionismo che non ha bisogno di essere spettacolare per essere potente, ma che proprio nella continuità trova la sua forza identitaria.

Pokémon: memoria, mercato e mito generazionale

Nel 2026 Pokémon celebra trent’anni di esistenza, e le sue carte rappresentano uno degli esempi più sofisticati di come il collezionismo possa attraversare le epoche trasformandosi da gioco infantile a fenomeno finanziario e culturale di portata globale, senza perdere però la sua dimensione emotiva originaria.

Le carte che un tempo venivano scambiate nei cortili delle scuole, spesso con regole inventate sul momento e con una gerarchia determinata dalla rarità percepita più che da quotazioni ufficiali, oggi vengono sigillate, certificate, valutate come asset, entrando in un mercato secondario che dialoga con quello dell’arte e del lusso; eppure, dietro ogni carta olografica, rimane sedimentata una memoria collettiva fatta di pomeriggi, amicizie, rivalità e senso di appartenenza generazionale.

È proprio questa stratificazione — affettiva, economica, culturale — a rendere Pokémon un caso paradigmatico, perché dimostra che il collezionismo contemporaneo non elimina la nostalgia, ma la integra dentro un sistema di valore più complesso.

Le photocard K-pop: appartenenza in formato tascabile

Nel mondo del K-pop, la photocard è un oggetto minuscolo che concentra in sé un potenziale identitario enorme, perché ogni album contiene una card casuale e questa casualità, lungi dall’essere un dettaglio marginale, attiva una rete globale di scambi, raduni, marketplace e incontri fisici che trasformano la passione per un artista in una vera e propria infrastruttura sociale.

Possedere una photocard rara non significa semplicemente avere un’immagine stampata su cartoncino lucido, ma dichiarare una dedizione, una partecipazione, un livello di coinvolgimento che viene immediatamente riconosciuto all’interno della community, creando una gerarchia simbolica che è al tempo stesso ludica e profondamente sentita.

In questo microcosmo si intrecciano estetica, scarsità programmata, dinamiche di mercato secondario e un senso di appartenenza transnazionale che rende il collezionismo uno strumento di connessione globale.

Le spille olimpiche: soft power in miniatura

Le spille olimpiche rappresentano forse la forma più raffinata di collezionismo contemporaneo, perché condensano in pochi centimetri di metallo smaltato un intero universo di significati che spaziano dall’identità nazionale al branding territoriale, dalla memoria sportiva al soft power.

Durante i Giochi, atleti, volontari, giornalisti e delegazioni si scambiano pin come gesto informale di riconoscimento reciproco, trasformando un oggetto minuscolo in una micro-ambasciata itinerante che racconta città, mascotte, edizioni storiche e aspirazioni geopolitiche.

Esistono collezionisti che inseguono edizioni rarissime o errori di stampa, creando archivi personali che diventano veri e propri musei tascabili della storia olimpica; e in questo scambio continuo si manifesta una forma di diplomazia silenziosa che attraversa confini e culture.

McDonald’s, Friends e la nostalgia come moneta culturale

Quando McDonald’s lancia un menu ispirato a Friends, l’operazione non è semplicemente commerciale, ma profondamente simbolica, perché attiva un archivio emotivo condiviso da milioni di Millennials che riconoscono in quei personaggi una parte della propria formazione affettiva.

La confezione, in questo contesto, smette di essere un involucro e diventa memorabilia, oggetto da conservare, fotografare, esibire, inserendo il consumo dentro una narrazione più ampia che trasforma un gesto quotidiano in un atto identitario. Il Friends Menu, il menu dedicato all’iconica serie che trasforma l’esperienza da McDonald’s in un momento tutto da collezionare. In questa prima fase, con ogni Friends Menu sarà possibile ricevere un esclusivo personaggio tra sei, ispirato ai protagonisti della serie, all’interno di una box a tema. Dai primi di marzo e fino al 17 marzo, invece, al posto dei personaggi, arrivano le tazze da colazione in edizione limitata: quattro soggetti diversi pensati per portare un tocco di “Central Perk” nella quotidianità dei fan. “Friends è una serie che ha segnato generazioni e che continua a parlare anche ai più giovani con un linguaggio universale che celebra l’amicizia, la leggerezza e i piccoli grandi momenti della vita. Con il Friends Menu abbiamo voluto rendere omaggio a questo fenomeno evergreen offrendo ai nostri clienti un’occasione per collezionare, condividere e rivivere quell’atmosfera unica che ha reso la serie TV leggendaria”, ha dichiarato Valeria Casani, Chief Marketing Officer di McDonald’s.

La nostalgia, lungi dall’essere regressiva, diventa così una moneta culturale che crea connessione immediata e produce valore simbolico.

Pesare le uova di Pasqua: comunità contro l’imprevedibilità

Il trend di pesare le uova di Pasqua prima dell’acquisto, nel tentativo di prevedere quale sorpresa si nasconda all’interno, è un esempio quasi perfetto di come il collezionismo contemporaneo non si limiti all’oggetto, ma coinvolga processi cognitivi, collaborazione e intelligenza collettiva.

Forum, video tutorial, comparazioni empiriche: la community si organizza per decodificare il sistema, trasformando un gesto apparentemente infantile in un’operazione semi-scientifica che unisce logica, gioco e desiderio di rarità.

Qui il piacere non risiede solo nella sorpresa finale, ma nel percorso condiviso che precede l’acquisto, nella complicità tra sconosciuti che parlano lo stesso codice.

Migio: collezionare emozioni, non oggetti

Il ritorno del collezionismo: dai Pokémon alle Olimpiadi, ecco perché tutti vogliono collezionare qualcosa

In questo scenario si inserisce MIGIO, nato da un’intuizione che intercetta perfettamente la sensibilità contemporanea: non siamo mai una cosa sola, e pretendere che un oggetto rappresenti un’identità monolitica sarebbe un’illusione.

MIGIO non è soltanto un charm, ma un fashion companion intercambiabile che rappresenta emozioni, stati d’animo, attitudini diverse, e che viene scelto non per ciò che è in senso statico, ma per come ci si sente in un preciso momento, in una specifica stagione emotiva.

Al lancio saranno disponibili tre MIGIO, ciascuno legato a un’emozione dominante; nei mesi successivi la collezione si completerà fino a sei personaggi, sei sfumature, sei possibilità di racconto personale che trasformano l’accessorio in un dispositivo narrativo.

Da portare ogni giorno sulla borsa o nello zaino, MIGIO è un segno discreto ma riconoscibile, un micro-manifesto che non giudica le emozioni ma le accoglie, riconoscendo che l’identità contemporanea è modulare, stratificata, in continua evoluzione.

Collezionare per non disperdersi

Sneaker in edizione limitata, carte rare, photocard, spille olimpiche, charm emotivi: il collezionismo contemporaneo non parla di accumulo, ma di costruzione di senso in un’epoca in cui l’identità rischia di frammentarsi in feed, notifiche e flussi digitali incessanti.

Collezionare significa scegliere cosa trattenere, cosa esporre, cosa raccontare di sé attraverso oggetti che funzionano come ancore simboliche.

E forse è proprio questa la sua funzione più profonda: trasformare frammenti materiali in coerenza narrativa, e dare alla molteplicità delle nostre identità una forma visibile, condivisibile, riconoscibile.

© Riproduzione Riservata