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Trump pronto al via libera: nel Golfo si prepara un attacco su vasta scala contro l’Iran

Trump pronto al via libera: nel Golfo si prepara un attacco su vasta scala contro l’Iran

Le forze statunitensi attendono soltanto il via da parte del comandante in capo, il presidente Donald Trump. E questo potrebbe arrivare ancora prima che la seconda portaerei, la Uss Gerard Ford, raggiunga il Golfo. Intanto i bersagli sono definiti, la loro posizione viene costantemente aggiornata e trasmessa a chi dovrà colpirli

Le forze statunitensi attendono soltanto il via da parte del comandante in capo, il presidente Donald Trump. E questo potrebbe arrivare ancora prima che la seconda portaerei, la Uss Gerard Ford, raggiunga il Golfo. Intanto i bersagli sono definiti, la loro posizione viene costantemente aggiornata e trasmessa a chi dovrà colpirli. E con i missili difensivi ora dislocati nella regione per respingere qualsiasi rappresaglia di Teheran sulle basi che ospitano soldati americani, si tratta di capire se Trump deciderà di premere il grilletto. Non per qualcosa di chirurgico e limitato, più probabilmente per un primo attacco di vasta portata simile a quello del 1991, nel primo giorno dell’Operazione Desert Storm contro l’Iraq, quando furono usati anche bombardieri puri come i B-1 Lancer, i B-2 Spirit e i B-52.

La minaccia missilistica e lo scenario operativo

Il Golfo Persico è largo soltanto 250 km e mentre Israele era a circa 13 minuti di volo di distanza con il miglior sistema di difesa missilistica al mondo, le unità navali americane si trovano soltanto a tre o quattro minuti di volo dei missili iraniani. Se l’Iran li lanciasse da dietro la catena dei Zagros, questi non verrebbero immediatamente rilevati dai radar degli Usa e quindi occorre servirsi dei satelliti. Non si poteva fare prima, i sistemi Patriot e Thaad destinati a proteggere gli alleati dovevano ancora essere scaricati e resi pronti per l’impiego. Un tempo utile anche affinché anche i jet non imbarcati, ovvero gli F-15 ed F-16 che si sono dimostrati efficaci contro i missili da crociera e i droni iraniani Shahed-136, sono stati inviati alle basi aeree in Giordania e Kuwait.

La portaerei Abraham Lincoln è scortata da quattro cacciatorpediniere lanciamissili Arleigh Burke dotate del sistema di difesa missilistica Aegis ad alta capacità.

I primi obiettivi: Marina iraniana e infrastrutture energetiche

Ma al contrario di quanto avvenne con l’attacco contro i laboratori del programma nucleare, questa volta i primi obiettivi saranno le navi della Marina iraniana (Irgc) e i suoi sommergibili, e farlo prima che le unità di superficie possano piazzare mine per chiudere lo Stretto di Hormuz e attuare una ritorsione contro l’economia petrolifera internazionale. L’Iran ha 12 navi da guerra, 20 motovedette d’attacco veloci e 19 sottomarini, ma con le capacità di ricognizione satellitare gli Stati Uniti sapranno esattamente dove si trova ogni nave. E con l’enorme potenza di fuoco a disposizione per la Marina Usa non sarebbe un compito particolarmente impegnativo neutralizzare la Marina iraniana come fecero già nel 1988 come rappresaglia per l’attacco di Teheran a una fregata statunitense.

Subito dopo, se non addirittura contemporaneamente, con molta probabilità saranno attaccati gli impianti di raffinazione del petrolio situati a Teheran, Abadan, Bandar Abbas e Isfahan. Del resto la U.S. Navy è maestra nella soppressione delle difese aeree nemiche e farà ogni cosa possibile per ridurre le minacce iraniane verso i suoi marinai e aviatori. Subito dopo sarà la volta dei missili da crociera Tomahawk contro le basi terrestri della Repubblica islamica e delle sortite dei cacciabombardieri F-35 e FA-18 liberi di agire.

Due livelli di attacco e il nodo del regime

Due i livelli di attacco: quello per costringere Teheran al dialogo, l’altro per annientare il regime, anche se resta ancora improbabile una decapitazione della Guida suprema iraniana con l’uccisione l’Ayatollah Ali Khamenei, poiché egli avrebbe già definito un piano per la sua successione. Ma ciò avverrebbe comunque sotto un ritmo di attacchi che potrebbe superare i cento al giorno per più settimane, senza poter escludere anche un’operazione di cattura di qualche figura governativa.

Il rischio escalation e la reazione di Teheran

In pratica Washington vorrebbe un cambio di regime spontaneo, ma se il piano fallisse ci sarebbe il pericolo di spingere una nazione grande quanto la Francia alla guerra civile con probabili infiltrazioni dell’Isis. La preoccupazione principale è come il regime potrebbe reagire a un eventuale attacco: i missili balistici lanciati contro Israele nella guerra di 12 giorni del giugno scorso hanno causato più danni di quanto riportato dai media e, nel frattempo, Teheran ha potuto rafforzarsi con batterie di missili terra-aria russe S-400, ovvero missili molto avanzati che si sono dimostrati altamente efficaci nell’abbattimento dei missili Himars statunitensi lanciati dall’Ucraina. Inoltre, restano ancora da trovare e distruggere le batterie di missili S-300, più vecchi ma ancora utili. Soltanto in seconda battuta il regime degli Ayatollah potrebbe attivare le Forze di mobilitazione popolare, circa 200.000 combattenti in grado di colpire basi o assetti americani in Iraq. E per scatenare tutto questo basta un ordine del Tycoon.

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