Scianna: da La mafia uccide solo d'estate alla band

Attore di teatro, cinema e tv, l'irresististibile "zio Massimo" sarà presto il frontman di una sua band

Il Commissario Maltese Francesco Scianna

Francesco Scianna – Credits: Ufficio Stampa Rai

Antonella Piperno

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Da ragazzino, percependo dentro di sè il fremito attoriale, spaventò seriamente suo padre dicendogli: "Sono doppio, sento un altro dentro di me". Poi, quando era indeciso tra il diventare allevatore, tennista, architetto, o appunto attore, Francesco Scianna si fece quadruplo.

Adesso che ha 36 anni, dopo aver raccolto grandi successi al cinema, in teatro e in tv  è appena sbarcato su Raiuno con la seconda stagione della serie cult La mafia uccide solo d’estate. Ma, seduto in un bar del suo popolare quartiere romano con un chiodo di pelle, un bel po’ di anelli d’argento e una semplicità da antidivo che gli fa riservare un grande affetto alla titolare del banco di frutta che si ferma a salutarlo, a Panorama racconta di non aver ancora trovato la sua unicità. E di non avere nessun interesse a farlo: "Ora mi sento pirandellianamente uno, nessuno e centomila, sono in una fase di grande apertura e non mi voglio limitare", racconta ridendo "tanto che sto per fondare una mia band, dove suonerò la chitarra e canterò. Potrebbe succedere da un momento all’altro, sono in un periodo un po’ folle. Ma è una sana follia".  

Ma come nasce questa svolta musicale?

So suonare tutti gli strumenti tranne i fiati. Quando avevo 18 anni e vivevo ancora a Palermo, con degli amici avevamo messo su una band dove suonavo la batteria. Si chiamava PA 43, dalla targa della mia ‘500, che  era quasi una di noi. E a 15 anni, disperato perché la mia ragazza mi aveva lasciato, scrissi una canzone che adesso ho inciso e lancerò. La volli in inglese, anche se allora non sapevo una parola, mi feci aiutare da un mio amico. Ancora oggi quando sono innamorato (ora è single, la sua storia con la collega Matilde Gioli è finita da un  paio d’anni ndr) mi metto al piano e compongo.

Non rischia di distrarsi?

Anzi. La musica fa parte della mia vita d’attore, mi aiuta a entrare nel personaggio. Preparo sempre una una selezione legata al mio ruolo: per quello de La mafia uccide solo d’estate (lo zio Massimo, gigione e sciupafemmine che nella seconda serie si farà sedurre dalla mafia diventandone un fiancheggiatore di Tommaso Buscetta, ndr) ho scelto un mix italiano e internazionale, con i Rolling Stones e Adriano Pappalardo. Ma su quel set dove pure si racconta la mafia con il tono lieve della commedia mi sono sentito vulnerabile. Girando certe scene ho sentito il male irrompere nella mia vita e sono riaffiorati traumi infantili che, una volta tornato a casa, la musica, insieme alla lettura e alla corsa ha aiutato a placare.

Quali traumi?

Avevo 10 anni quando dal salotto di casa, a Palermo, ho sentito il boato della bomba che uccise Paolo Borsellino. Un rumore così invasivo ti resta nella carne.

I suoi genitori come la protessero da quello shock?

Dicendomi tutta la verità, spiegandomi cosa era la mafia. Ricordo che mio padre mi fece sedere accanto a sé sul divano a guardare il telegiornale. Nel nostro palazzo abitava anche l’allora magistrato Antonio Ingroia con una scorta molto ingombrante. Da una parte mi faceva paura dall’altra mi proteggeva dai cosiddetti «malacarne», i ragazzini che ci intimidivano. Una volta uno mi provocò dicendomi «dammi un cazzotto che così poi te ne do due». Risposi: «Minchia, ma perché?». E me ne guardai bene.

Oggi che la Sicilia ispira molto cinema e molta tv, essere nato lì rappresenta un valore aggiunto?

È un’arma a doppio taglio. Credo che ci sia un problema di comprensione del mestiere dell’attore. Non è che se sei nato in un posto devi essere confinato in quei ruoli. Ho detto molti no a progetti siciliani  perché non voglio rimanere chiuso nella regionalità.

Ha lavorato con Cristina Comencini, con Giuseppe Tornatore e in produzioni internazionali, a cosa punta adesso?

A tuffarmi ancora di più nella commedia e alla mia prima regia teatrale. Mi è venuta una gran voglia di stare dall’altra parte quando quest’anno ho tenuto due workshop attoriali dove ho rivisto quella fame di apprendimento che avevo io da ragazzo.
A proposito di palco, ha ancora l’ansia che agli esordi la portò a pretendere un’ambulanza pronta a intervenire?

Certo che ce l’ho. Ma ho imparato a conviverci, dura pochi attimi poi passa. Quando impari ad  accettare le tue debolezze sei a cavallo. E poi mi ha confortato quello che sulla mia ansia mi ha detto il grande Giuliano Montaldo: «Ti auguro di non perderla mai, significa che il tuo lavoro continua ancora ad emozionarti».

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 20 di Panorama in edicola dal 3 maggio 2018 con il titolo originale "Uno, nessuno e chissà quanti altri"


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