Orange is the new black 2, ecco perché la seconda stagione non delude. Anzi...

Nella serie tv rivelazione di Netflix ci sono meno Piper e Alex, ma la trama è sempre più tridimensionale e ricca di sorprese. Determinante il sorriso adescatore di Lorraine Toussaint. Mai carcere è stato così rassicurante...

Laura Prepon e Taylor Schilling al lancio di "Orange Is The New Black 2", Londra, 29 maggio 2014 – Credits: Photo by Tim P. Whitby/Getty Images

Simona Santoni

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Finalmente ho ultimato la scorpacciata di Orange is the new black 2. Il 6 giugno Netflix ha rilasciato in un solo colpo in streaming (in America) le tredici puntate della seconda stagione, generando negli utenti l'ansia bulimica di vederle tutte quanto prima, in una gara contro il tempo e contro lo spoiler. Difficile rimanere impermeabile a questo avido modo di spolpare lo spettacolo. Difficile soprattutto quando ad attendere ci sono le tragicomiche avventure delle detenute del carcere femminile di minima sicurezza del Litchfield. 

Ispirata alla storia vera di Piper Kerman, ragazza perbene che ha raccontato la sua esperienza dietro le sbarre in un libro, la prima stagione della serie tv era stata un'intrigante sorpresa: divertente, eccentrica, piccante. Le peripezie di Piper, la sua capacità inarrestabile di cacciarsi nei guai, il suo incredibile e buffissimo sentirsi al centro del mondo pure in prigione, sono stati spesso esilaranti, talvolta sul filo del dramma, comunque sempre coinvolgenti. Bravissima Taylor Schilling, la sua bionda interprete, dotata di un'espressività facciale al limite del mimo: con un quasi impercettibile muoversi della palpebra o il lieve sollevarsi dell'angolo delle labbra, riesce a dar pennellate di ilarità, sprezzo, sconcerto.

Certo, la quotidianità in cella di Piper sarebbe stata tutt'altro che pepata se non ci fosse stata Alex, la moracciona con la rosa rossa tatuata sul braccio destro e gli occhiali dalla montatura nera, la sua ex compagna, carismatica e sexy, che anche in carcere ha portato Piper a rivedere le sue convinzioni etero, in un balletto di avvicinamenti e liti, in un continuo alzar barricate, lasciarsi andare alla fiducia e, a turno, rimanerne fregate... Cosa sarebbe stato Orange is the new black 1 senza Alex? Non so immaginarlo. Ma nella seconda stagione la presenza di Laura Prepon, l'attrice dalla voce dannatamente profonda, è stata ridotta all'osso: gli impegni professionali l'hanno limitata ad apparire in solo quattro puntate. Inoltre Jenji Kohan, sceneggiatrice e produttrice di Orange, già autrice della serie televisiva Weeds, aveva fatto sapere che la seconda stagione avrebbe visto il personaggio di Piper meno centrale, aprendo a una visione più caleidoscopica delle detenute del Litchfield. Pochissima Alex e meno Piper? Scherziamo?! Allora che senso ha vedere Orange is the new black 2? E invece Kohan mi ha stupita! La riluttanza e la diffidenza con cui mi sono avvicinata a Orange is the new black 2 hanno lasciato il posto a una felice scia positiva post-visione e all'attesa per la terza stagione, che ci sarà, è già in lavorazione, e vedrà tredici puntate (in cui tornerà Alex in maniera permanente e, sembra, sempre più vicina a Piper). 

Sì, certo, a ben vedere Orange is the new black 2 è soltanto uno scuoter con vigore le cose per poi farle ritornare al loro status quo. Ma questo movimento scompigliato verso la partenza funziona eccome. Ecco perché.

12 nomination agli Emmy Awards
Recensioni positive e premi non sempre sono sinonimo di bontà del prodotto. Ma in questo caso sono una conferma. La critica internazionale raccolta sotto il sito Rotten Tomatoes dava alla prima stagione un punteggio positivo del 93%, mentre alla seconda stagione dà il 97%. In più dopo aver vinto il Critics' Choice Television Award come migliore serie comica, Orange is the new black - la prima stagione - ha raggruppato ben 12 nomination agli Emmy Awards, tra cui miglior commedia, miglior attrice protagonista a Taylor Schilling, miglior attrice non protagonista per Kate Mulgrew (la russa Red) e migliori guest Uzo Aduba (alias Occhi pazzi "Crazy eyes"), Natasha Lyonne (l'ex tossica Nicky) e Laverne Cox (la transessuale Sophie). 

La coralità e la magia della tridimensionalità
Come già detto, Orange is the new black 2 dà più spazio ai personaggi minori, per lo più a quelli che abbiamo già conosciuto nella prima stagione, di cui scopriamo le vite al di fuori del Litchfield. La regia ricorre al solito al mezzo del flashback per inquadrare le detenute di oggi alla luce del loro passato (criminoso). Ci fa conoscere meglio soprattutto il gruppo delle nere, Taystee (Danielle Brooks), "Crazy Eyes", Poussey (Samira Wiley) e "Black Cindy" (Adrienne C. Moore), e ciò è funzionale al ruolo più attivo che hanno assunto. E poi dà ulteriori dettagli su altri personaggi già esplorati, in virtù di quant'altro stiamo per vedere. Alcune ricostruzioni funzionano alla grande, altre meno. 
È terribilmente ben fatto il mosaico che si compone attorno a Morello, interpretata in tutta la sua angelica e diabolica dolcezza da Yael Stone, dalla voce ipnotica nel suo ritmo cantilenante. Fatica a ingranare ma poi diventa convincente anche il quadro attorno a Rosa (Barbara Rosenblat), la malata di cancro. Stesso discorso per sorella Jane Ingalls (Beth Fowler). Scricchiola invece il puzzle sul passato di "P." Poussey, le cui dinamiche sembrano sviluppate soprattutto per accontentare chi sente la mancanza dell'eros lesbico portato da Alex. Noiosetto e un po' posticcio il flashback su Cindy. 
Fatica a trovare un suo ruolo nella stagione Red, ma poi ne esce fuori alla grande. E alla fine delle tredici puntate ti accorgi, inaspettatamente, di portare nel cuore non più solo Piper e Alex, ma anche e assolutamente Red, Rosa, Mendoza (Selenis Leyva), Crazy eyes, la stessa Pennsatucky (Taryn Manning) (Nicky e Morello c'erano già)...
Merito degli sceneggiatori e registi di turno (tra cui torna Jodie Foster) è quello di riuscire a prendere un personaggio periferico e trasformalo con poche scene in tridimensionale, fino a farlo diventare a volte addirittura determinante, quando meno te l'aspetti. 

Piper, un po' di suspense sulla sua partenza...
Sin dalla prima puntata è ovvia in Jenji Kohan & Co. la volontà di sorprendere e "spaventare" il pubblico. (Vi avverto, da qui c'è possibilità di spoiler). La trama è maneggiata con abilità, lo spettatore è tenuto sul filo, condivide con Piper, strappata dall'isolamento e portata chissà dove, il terrore che il suo futuro sia lontano dal Litchfield. 
Piper non è più protagonista assoluta, ma la sua personalità prende connotati sempre più definiti. Ha imparato a essere una solitaria, a trattare con amici e nemici, si screzia di un cinismo ben utile a tenere alla larga pasticci. E all'undicesimo episodio torna lo spettro che Piper possa essere allontanata dal Litchfield. Di nuovo panico, di nuovo suspense. Complimenti agli sceneggiatori. 

Una new entry dal sorriso adescatore
Tolta la centralità assoluta a Piper, una new entry forse la eguaglia in numero di scene girate: si tratta di Vee, interpretata da Lorraine Toussaint, dal sorriso adescatore come miele. Il suo ingresso è determinante. Manipolatrice patentata, al cui confronto l'ambiguità di Alex sembra da serie B, il suo fine è chiaro sin dall'inizio, anche se lo spettatore, come il gruppo delle nere, è tentato di accovacciarsi sotto le sue ali grandi da chioccia protettiva e forte. Ma Vee sfrutta le ferite altrui per usare le persone. Vee ha a cuore solo il suo cuore.
Com'è normale che sia, come quando occorre tempo per abituarsi a un cambiamento, è quasi faticoso inizialmente accettare la presenza di Vee. È fastidiosa la guerra iniziale tra le nere e le ispaniche. Ma man mano che i contorni di Vee si fanno più chiari, e quindi più nebulosi e controversi, l'interesse lievita, e anche la paura che qualcosa di tremendo sia nell'aria. Scelta azzeccata: Vee col suo carisma oscuro ha compensato la quasi assenza di Alex&Piper, rendendo la serie più compiuta. 

L'ossessione delle citazioni
Se il tuo presunto fidanzato ti lasciasse e si sposasse con un'altra, all'apice della disperazione e costretta in carcere, cosa diresti al telefono a tua sorella? Se fossi al Litchfield protesteresti con qualcosa come: "Non si va con Jessica Simpson quando hai Rihanna", così come fa nella quarta puntata Lorna Morello. È la vezzosità degli sceneggiatori, bellezza.
La sceneggiatura di Orange is the new black 2 è puntellata di riferimenti allo showbusiness, all'attualità o al cinema, è infarcita in maniera quasi ossessiva di citazioni, che talvolta piovono in situazioni in cui poco realisticamente nella vita vera spunterebbero. Come quando la direttrice del carcere Figueroa (Alysia Reiner), vedendo le detenute truccate o adornate con orecchini, se ne esce paragonandosi al bambino visionario de Il Sesto Senso, sentendosi come in un film di M. Night Shyamalan (cognome impossibile che mai mi azzarderei a proferire in pubblico e infatti "Fig" - qui realisticamente - ne sbaglia la pronuncia).
Questo citazionismo ricorrente a volte fa storcere la bocca, ma è anche una leziosità che vuole alzare la qualità del prodotto. E allora... d'accordo, ben venga. E facciamocene una ragione se alcune allusioni molto americane sono difficilmente afferrabili dal pubblico italiano. Come quando sono portati ad esempio Omar di The Wire o le storie di O. Henry.

Il senso rassicurante di Orange (e vissero tutti felici e contenti)
Chiusa la tredicesima puntata di Orange is the new black 2, una dolce convinzione si muove in me: Jenji Kohan ama il suo pubblico. A differenza di Shonda Rhimes, l'ideatrice di Grey's Anatomy che si diverte a sconquassare gli animi dei suoi spettatori, Jenji crea spesso scompiglio, porta le dinamiche sull'orlo del baratro, con la presenza di Vee per un attimo ha trasformato il Litchfield nel violento carcere femminile australiano della serie tv Wentworth... Ma poi ecco che riporta l'ordine cosmico. La maggior parte delle situazioni si sviluppano come chi guarda vorrebbe che si sviluppassero. 
C'è qualcosa di rassicurante in Orange: pur svolgendosi in carcere, tra chi non ha seguito la retta via, alla fine il bene, in un modo o nell'altro, prevale. Soprattutto il bene dello spettatore. In un equilibrio non sempre facile tra commedia e dramma, dopo ogni svolta sgradita e dolorosa ne segue un'altra ristoratrice e lieta. Non sarebbe poi così stupefacente scorgere nei titoli di coda la scritta "E vissero tutti felici e contenti". 

La terza stagione: Laura Prepon fa tredici
Proprio per accontentare il suo pubblico Orange is the new black 3 vedrà il ritorno in larghe dosi di Laura Prepon, alias Alex Vause. L'attrice ha postato tre mesi fa su Instagram i titoli della nuova stagione e su Twitter il 21 giugno ha confermato che sarà presente in ogni episodio (e già allora stava girando il terzo episodio). 
Del resto il colpo di coda finale di Piper lascia intuire un imminente ritorno di Alex dietro le sbarre. Non ci resta che aspettare, confidando ancora nella bontà di Kohan.

 
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