Francesco Canino

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Dopo il successo dello speciale natalizio, arriva questa sera su Rai2 la quarta stagione di Boss in incognito, il programma prodotto in collaborazione con Endemol Shine Italy, e presentato quest’anno da Nicola Savino. Ed è un inizio di 2017 davvero speciale per il conduttore di Quelli che il calcio, che si cimenta per la prima volta con un genere televisivo totalmente inedito per lui, ad alto tasso di storie e di emozioni. «È come cavalcare su una prateria inesplorata», spiega a Panorama.it a poche ore dal debutto. Appena il tempo di raccontare le novità di questa edizione, poi Savino si proietta a Sanremo 2017, dove condurrà per il secondo anno cosecutivo il Dopo Festival assieme alla Gialappa’s Band e Ubaldo Pantani.

Nicola, cos’hai pensato quando ti è arrivata la proposta di condurre Boss in incognito 4? È un genere totalmente inedito per te.

Ho pensato: «Perché no?». Del resto ho un’età in cui conosco bene le problematiche che insorgono nel mondo del lavoro, anche se quello dello spettacolo è un universo tutto a sé. Ogni operaio o impiegato ha una vita incredibile alle spalle e mi piace l’idea di raccontare queste storie, che sul set e al montaggio mi hanno fatto emozionare e commuovere.

Ce n’è una che ti ha lasciato il segno?

Ci sono diversi protagonisti di questa edizione che sono dovuti andare molto lontani da casa per poter campare. Come il cingalese che lavora in una fabbrica di torroncini o la ragazza nigeriana che raccoglie pomodori, entrambi inseriti in grandi imprese, alcune delle quali superano i 100 milioni di fatturato l’anno.

Cosa cambia con il tuo arrivo alla conduzione?

L’asticella si alza, non tanto per la mia conduzione quanto per la produzione. Dopo tre edizioni è difficile camuffare il programma e per questo gli autori si sono inventati una sorta di format nel format Cambio lavoro, cambio vita che viene presentato come nuovo docu-reality in cui due lavoratori si scambiano, per una settimana, azienda. In realtà non sanno che il nuovo dipendente è l’amministratore delegato.

Dopo Costantino della Ghererdesca e Flavio Insinna, la conduzione arriva nelle tue mani…

Costa è stato il pioniere ed è stato bravissimo, idem Flavio che ha un grande talento. Io poi sono abituato alle eredità pensati, vedi l’Isola dei Famosi che ho condotto dopo Simona Ventura.

A proposito di Isola, che idea ti sei fatto dell’esclusione di Wanna Marchi e della figlia dal reality?

Premesso che hanno saldato il loro conto con la giustizia e che Canale 5 è il canale di un’azienda privata, sarebbe stata una contraddizione in termini ingaggiarle vista la battaglia fatta da Striscia la Notizia. La loro partecipazione non era opportuna.

Tornando al Boss in incognito, il critico tv del Corriere della sera Aldo Grasso dopo la prima puntata ha chiesto se il format non sia un formidabile esempio di “branded content”, ovvero un contenuto editoriale creato ad hoc per raccontare e rappresentare i valori di un marchio. È così?  

No, non è così. Il marchio si vede due volte per contratto. Per girare una puntata noi blocchiamo quasi la produzione per una settimana. La Rai di fatto spende per questo progetto relativamente poco perché una parte viene data dall'azienda "protagonista" della puntata: in ogni caso il marchio si vede solo all’inizio e alla fine della puntata. Diciamo che è un esperimento nuovo per la Rai.

Veniamo al Dopo Festival, che condurrai anche quest’anno con la Gialappa’s Band. Che novità dobbiamo aspettarci?

La formula è sempre quella anche se avremo più spazio per la musica perché ci sarà una band in studio, dunque puntiamo a cinque sorprese per cinque serate: il maestro Vittorio Cosma può lavorare con anticipo sulle canzoni per contaminarle e dunque i cantanti li avremo in vesti inedite. Poi ci sarà uno strepitoso Ubaldo Pantani, nei panni di Roberto D’Agostino che dirà tutte le cose più cattive, quelle che noi non possiamo dire.

C’è il palco del Teatro Ariston tra i tuoi sogni professionali?

L’Ariston è un sogno per chiunque fa il mio mestiere. Ma io mi sento come il ragazzo delle scuole medie che aspira al Master a Boston: prima di me ci sono almeno quindici o sedici persone più titolate per farlo.

C’è un genere televisivo nel quale vorresti cimentarti?

Diciamo che dopo Boss in incognito c’ho preso gusto a raccontare le emozioni: per me è una prateria inesplorata e mi piacerebbe continuare su questo filone.

Intanto ti godi il successo di Quelli che il calcio. Il bilancio di questa prima parte di stagione?

Più che positivo. Ha riacquisito credibilità, profilo e clima tanto che abbiamo recuperato la presenza di ospiti che prima non sarebbero venuti, come Roberto Saviano, Ficarra e Picone e Samuele Bersani, tanto per citarne alcuni. Ci siamo riappropriati della cosiddetta “street credibility” anche grazie al lavoro di Massimo Venier: ha molto chiaro come fare bene le cose e io mi sono affidato totalmente a lui.

Le sirene della concorrenza si fanno sentire? Ti hanno corteggiato per passare ad altre reti, magari fuori dalla Rai?

Arrivano sempre, ma io sto molto bene in Rai e a Radio Deejay. Con le radio concorrenti nel corso degli anni ci siamo incontrati, ma ormai sono identificato con Radio Deejay - quest'anno festeggiamo il sodalizio ventennale con Linus - e sto così bene dove sto che sarebbe difficile ambientarmi da un’altra parte. Poi tutto può succedere.

Intanto resti in Rai anche il prossimo anno. Ci sono già nuovi progetti per Rai 2?

Spero di sì. Le prospettive si aprono verso aprile: con il direttore Ilaria Dallatana ci conosciamo da anni, da quando facevo l’autore alle Iene, e sa quali sono le mie potenzialità.  

 

 

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