Televisione

Lino Banfi: "Che fatica rimanere allegri"

Il grande attore a Panorama parla a cuore aperto della carriera e dell'amore per la moglie Lucia, malata...

Lino Banfi

Terry Marocco

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Lino Banfi apre la porta del suo appartamento vicino a Piazza Bologna. «È la giornalista di Panorema? Che mi sa di nave dove si rema». Perfetta «banfiosità». Un salone elegante, grande carrello per i liquori e cornici d’argento. In una foto sembra un attore del muto, bello e con folti capelli: «Facevo i fotoromanzi». Alle pareti i quadri a mezzopunto fatti dalla moglie Lucia. Solo chi ha una pazienza infinita può riuscirvi. Si passa nello studio: «Qui c’è il sacro e il profano», mostra il divo della commedia sexy all’italiana, in pullover e foulard al collo. Le  foto con i tre Papi e le locandine dei suoi celebri film: da Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio a Il brigadiere Pasquale Zagaria ama la mamma e la polizia, il primo ruolo da protagonista.

Banfi siede alla scrivania, è pensieroso, dietro lo sguardo dell’uomo che ha fatto ridere generazioni con i suoi  «Madonna Benedetta dell’Incoroneta» c’è un velo di tristezza  che non ti aspetti. Il pessimismo di chi forse si è stufato di fare il comico. «Tutti posso essere tristi. Noi attori mai. Per strada mi abbracciano, chiedono i selfie e dicono: “Lino, devi farci divertire”. È una fatica pazzesca».

Non ha più voglia di sorridere?

Quando ero in seminario e partecipavo alle recite, facevo Giuda o San Giovanni, si sbellicavano tutti. Così una volta il rettore mi disse: «Non sei fatto per diventare prete. La tua missione è far ridere». Addirittura una missione.

I suoi genitori la sognavano monsignore?

Molto di più. Ero stato mandato dai preti per nobilitare la razza Zagaria, tutti ortolani con al massimo la terza media. Io invece volevo capire, studiare. Quando i parenti venivano due volte all’anno a trovarmi, ero sempre a pregare. Ricordo mio padre che diceva: «Ha proprio la faccia da cardinele e perché non Pèp?». 

Ahimè non andò così.

Volevo fare l’attore, un mestiere che a Canosa non era considerato un mestiere. Roba da delinquenti. Con Lucia siamo stati fidanzati dieci anni, perché la sua famiglia era contraria al nostro matrimonio. Dicevano: «La porta tra le ballerine puttane e i ballerini ricchioni». Questo era quello che negli anni Sessanta si pensava in Puglia.

Ma voi vi siete sposati lo stesso.

Siamo scappati. Due giorni a Bari. E così al ritorno matrimonio riparatore  alle sei del mattino. Alla cerimonia  solo un amico che faceva il camionista  e portava gli anelli. Arrivò pure in ritardo. Con il biasimo del sacerdote: «Veloce che dopo ho un matrimonio». Lucia alla fine disse: «È già finito qui?». Allora le feci una promessa.

Quale?

Che avremmo festeggiato nozze d’oro principesche. E così è stato. Nella cappella dei Principi Corsini, il ricevimento al Parco dei Principi. Invitai molti principi anche se non li conoscevo. Dovevo mantenere la promessa. Ma tutto questo sulla mia vita si sa già.

E cosa non si sa?

Che non mi piace più il centrodestra. Mi sono stancato. Ho sempre votato l’uomo, ma non il partito. Votai Craxi, ma non ero socialista, poi per molti anni Berlusconi. Ma gli amori a una certa età si affievoliscono.

E adesso chi le piace?

Non saprei, noi dello spettacolo non dovremmo esprimere pareri. Questo raghèzzo, Luigi Di Maio, mi è simpatico. Se potessi voterei lui, ma non il suo partito. Non capisco perché lo hanno lasciato solo, alla deriva. Di Battista vuole fare l’ebanista, Fico lo dico e non lo dico, Grillo e Casaleggio stanno lì come in un posteggio. Per carità non diventerei mai uomo di sinistra, neanche se mi mettessero un coltello alla gola.

Ma questa amarezza è causata dal fatto che sua moglie non sta bene?

Io cerco di nasconderlo. E chiedo  a voi giornalisti di non scrivere mai la parola Alzheimer. È una pugnalata al cuore. In questo momento è seguita da eccellenti medici che l’aiutano a restare stazionaria. So che stanno facendo ricerche sperimentali con macchinari che mandano impulsi al cervello.

Come ha inciso la malattia di Lucia?

Mi sveglio all’alba, sono pensieroso. Ho fatto un check up, che io chiamo checiup, mi hanno rivoltato come un pedalino. Il mio fisico è borderline. Questo nervosismo non mi fa stare bene. Ripenso spesso a un periodo della vita in cui mi ero sentito così.

Quando è stato?

A 22 anni ebbi un grave incidente. Avevo finito il militare ad Arma di Taggia, vicino a Sanremo, stessa caserma dove lo fece Gianni Morandi. Non avevo una lira, decisi di rimanere e andare a lavorare al Grand Hotel Regina a Ospedaletti, dove una volta vidi anche Onassis e la Callas.

E cosa faceva?

Il giullare dei turisti ricchi. Arrivavano con la Ferrari, mi dicevano di raccontare le barzellette  e mi allungavano una mancia. Una sera mi portarono a Mentone, al casinò. Loro giocavano, io no. Mi regalavano qualche fiche. Al ritorno finimmo contro un muro. Due morirono e in due ci salvammo. Avevo solo qualche cicatrice. Ma nei mesi seguenti persi tutti i capelli e ingrassai dieci chili. Era l’ansia. Lo scombussolamento. Tutte le ghiandole erano impazzite. La malattia di Lucia mi ha portato a riprovare quella sensazione di agitazione. Ammalato spesso diventa chi sta vicino. Invece devo stare bene per lei.

Come se n’è accorto?

A volte mi faceva sempre le stesse domande. Prima non sapevo come dovevo rapportarmi. Le rispondevo spazientito. Ma ora ho capito. Ho rinunciato a un film importante in Germania da protagonista. Quindici anni fa avevo fatto la prima parte, recitando in tedesco senza sapere una parola. Il miracolo ancora non si è spiegato. Forse perché mi portai  dietro una fotografia di Papa Ratzinger. Avevo pensato: «È tedesco, mi aiuterà lui».

E invece?

Ho rinunciato. Il professore che l’ha in cura mi ha consigliato di non partire per più di una settimana. Mi ha detto che dopo un lungo periodo di lontananza avrebbe potuto non riconoscermi. Ho pianto, ma non ce l’ho fatta a lasciarla.

In quel momento Lucia entra nello studio e si siede di fronte al marito. I capelli corti biondi, un abito a righe blu e marroni. Composta, discreta. Un cagnolino le sta accanto. È andata a fare una passeggiata, racconta che se una volta camminava per ore, adesso si stanca subito. Banfi la guarda come ogni donna vorrebbe essere guardata dal suo uomo.

Ha pensato a cosa succederà se non la riconoscesse più?

A volte è lei che me lo chiede: «E se un giorno non ti riconoscerò più?». Allora io scherzosamente rispondo: «Ci presenteremo di nuovo, ti bacerò la mano o forse ti darò un bacetto come si usa oggi anche tra estranei. Certo non sarò più bello come la prima volta che mi hai visto».

Come aveva immaginato questi anni insieme?

Non abbiamo mai fatto una crociera, lo abbiamo sognato per anni. Pochi viaggi all’estero, lavoravo tanto, ma le dicevo che da vecchi saremmo andati in giro, solo io e lei. Invece non è più possibile. Neanche goderci la casa che avevamo comprato a Cannes. È stato il nostro rifugio, lontano da tutti.

La seguiva sui set?

Veniva poco, ma tutte le mie colleghe la adoravano. La consideravano una donna esemplare.

Cosa diceva dei suoi film «scollacciati»?

A volte ne rivedevamo uno insieme. E lei diceva: «Ah però, questa non me la ricordavo...». E poi una volta mi chiese: «Ma tu provi qualcosa quando giri queste scene?».

Lei cosa rispose?

Dicevo che no, assolutamente non provavo niente. Forse a volte non era proprio così, ma ero troppo intelligente e garbato per non capire che con quelle donne bellissime era inutile fare lo scemo. E poi davanti a un diniego mi sarei suicidato. Sono rimasto amico di tutte.

Edwige Fenech, Gloria Guida, Nadia Cassini. Con qualcuna ha avuto un rapporto speciale?

Aiutai Laura Antonelli nel momento più difficile della sua vita. E davanti alla sua bara in chiesa le feci una dichiarazione d’amore, commuovendo tutti. Era bella, dolce, tutti gli italiani ne erano innamorati. Poi scivolò in un baratro. Non voleva che la rivedessi, ma una volta passai a trovarla. Una misera casa, una branda squallida. Indossava un saio fetente e in sottofondo si sentiva Radio Maria. Fu un colpo al cuore.

Progetti per il futuro?

Mi sarebbe piaciuto fare un programma con gli spezzoni dei miei film più famosi. Ho cercato di parlare con Piersilvio Berlusconi, ma sembra impossibile. Ho fatto prima a conoscere Papa Francesco.

E la Rai?

Dovevamo fare un’ultima serie di Un medico in famiglia, ma non ne ho saputo più niente. Mi ricordo una sera a cena con Giulio Andreotti, che diceva alla moglie: «Hai due lauree e guardi queste stronzate» riferito a Nonno Libero. Poi ci cascò anche lui.

Cosa vorrebbe fare ancora?

Io sono un ciuccio e’fatica, come mi disse una volta Sofia Loren, lavoro sempre. Ma quando arrivano i premi alla carriera, hai capito che è finita.

Come è successo ad Alain Delon?

Che bello era, mi sono commosso per lui. Da vent’anni non mi piaccio più: il grasso che non va via, i capelli che non ci sono.

Però continua a fare ridere. Anche sua moglie?

Qualche volta sono riuscito, ma è la più difficile. Quando racconto una barzelletta mi guarda e dice: «Lino, è già finita?».

È stato un grande amore?

Lo è tuttora. Ne ha passate tante per me: la fame, i soldi chiesti a strozzo agli zingari. Queste cose cementano il rapporto. Se parto mi dice che si sveglia con la mano sul mio cuscino. Vorrei solo che rimanesse tutto come è oggi. 

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