Vinny Del Negro, il nuovo 'Re' di LA

Parla in esclusiva a Panorama l'allenatore dei Clippers, la squadra di basket più forte di Los Angeles

L'allenatore dei Clippers Vinny Del Negro, da giocatore militò anche in Italia con Treviso e Fortitudo (Ansa)

Valentina Martelli

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Vinny Del Negro termina la telefonata. “Firmiamo” dice all’interlocutore. Il coach dei Los Angeles Clippers non si riferisce ad un nuovo contratto ma alla vendita della sua casa di Chicago. Una costruzione in stile contemporaneo nel quartiere Highland Park, che aveva acquistato nel 2008, subito dopo aver firmato con i Bulls. La casa era stata messa in vendita pochi mesi dopo quando il rapporto tra Del Negro e la società si era interrotto bruscamente.

Da allora Vinny vive a Los Angeles, dove ha lanciato la corsa dei “nuovi” Clippers. Tre anni di contratto non privi di continui colpi di scena. A metà della scorsa stagione più di qualcuno ventilava un suo immediato licenziamento e nonostante l’arrivo in semifinale play-off, pochissimi pensavano la società avrebbe esercitato l’opzione per il terzo anno. Ma i Clippers, che solo tre stagioni fa, avevano concluso la regular season (fuori dai play-off) con 29 vittorie e 53 sconfitte, hanno deciso di scommettere sul Del Negro. E con ragione. Al momento l’infinita stagione regolare li premia con una netta inversione del “bilancio”: 39 vittorie e 17 sconfitte e con un record: 17 vittorie consecutive a dicembre. Del Negro, nominato dalla NBA miglior coach del mese aveva cosi chiuso il 2012, festeggiando. Da allora le cose non sono andate benissimo.

L’infortunio di Chris Paul, leader indiscusso di una squadra solida ed omogenea, capace di generare una media di 41.7 punti dalla panchina ed emozionare il pubblico con le prodezze di Blake Griffin, ha causato un netto rallentamento della corsa al primo posto della Conferenza Ovest.

Ma Del Negro ci crede.

“Abbiamo un roster molto ben bilanciato, con giocatori giovani e giocatori più maturi, giocatori veterani e giocatori al massimo delle loro potenzialità. Ogni anno cerchiamo di crescere migliorando e consolidando le prestazioni anche se è un processo lungo e sostanzialmente senza termine. Sono però veramente soddisfatto dei progressi dei ragazzi e tutti assieme lavoriamo per portare la squadra e la società ai successi che merita”.

Dopo un fine anno entusiasmante ora si trova una squadra che forse comincia a risentire della logorante regular season, con i primi infortuni.

“Gli infortuni fanno parte del lavoro e bisogna imparare a gestire le avversità nel corso dell’anno. Ci sono periodi in cui avere un giocatore, come Chris Paul, fuori è un “lusso” che ci si può permettere, altre no. Ma ho sempre molta fiducia in questo gruppo e nel mio coaching staff. Di lavoro da fare ce n’è ancora molto, quindi contiamo di migliorare anche dal punto di vista della salute”.

Per la prima volta, dopo 17 giorni di trasferta, questa settimana siate tornati a giocare a casa ed avete infilato due vittorie importanti, una proprio nella “battaglia di Los Angeles”, con i Lakers

(sorride)“Per i ragazzi è sicuramente un gran incentivo vincere allo Staples Center.”

Come si riesce a non scontentare giocatori che, abituati ad essere i leader nelle squadre precedenti, ora iniziano dalla panchina?

“Tutti i giocatori devono affrontare qualche sacrificio. Sanno che potrebbero non avere lo stesso numero di minuti o statistiche che magari avrebbero con altre squadre.  Ma è il roster quello che conta. Abbiamo giocatori che chiamati a coprire ruoli o situazioni d’emergenza, hanno fatto più che un ottimo lavoro, guadagnandosi, quindi tempo in campo e rispetto. Ma alla fine le partite si vincono o si perdono assieme, come squadra e i ragazzi questo lo sanno.”

Una panchina che a dicembre ha messo ha segno una media 41,7 punti a partita, seconda solo a San Antonio (con 41.9).

“Abbiamo una squadra di spessore e su questo abbiamo puntato sin dall’inizio. Avere una panchina forte è sicuramente una caratteristica di cui avvantaggiarsi, specialmente giocando nella Conferenza Ovest, che è  difficile e competitiva. I ragazzi creano gioco e sanno dare il cambio a Chris (Paul) e Blake (Griffin) che sono indiscutibilmente il cuore di questa squadra, due All Stars.

Donald Sterling, il proprietario dei Clippers, è conosciuto nell’ambiente per puntare sul vivaio giocatori che, una volta cresciuti, solitamente vende. Dal suo arrivo, coach, le cose sono cambiate e Mr. Sterling, ha iniziato ad investire sulla squadra. Cosa è cambiato?

“Mr. Sterling è sempre stato molto disponibile e comprensivo sulla visione che ho di questa squadra. Ovviamente ogni volta cerchiamo di fare le scelte migliori per la società, sia per il presente che per il futuro”.

I Clippers  sono stati per anni i “cugini poveri” di Los Angeles. Un po’ gli “underdog” nel mondo della NBA. Come lei, in fondo. Che poi, da giocatore, ha sempre smentito gli scettici.

(sorride) “Bisogna avere fiducia e credere nella propria filosofia e visione del basket. Ci sono molte decisioni…decisioni immediate, da prendere. La mia fortuna è stata di avere giocato per grandi allenatori e collaborato con ottimi assistenti. E poi mi piace la competitività, la quotidiana scommessa che nasce dall’allenare dei campioni singolarmente e dalla crescita collettiva della squadra. Ma allo stesso tempo è necessario mantenere tutto in prospettiva. La stampa ti osserva e analizza il tuo lavoro, spesso ti critica, così, a volte, tutto ciò che conta è che la tua squadra vinca il più possibile.”

Squadre da “guardare” questo anno?

“Ovviamente San Antonio, Oklahoma City, Miami, campione in carica. Ci sono parecchie squadre da tenere d’occhio. Ma è troppo presto, la stagione è solo a metà e molte cose potrebbero cambiare. Al momento, e non mi stanco di sottolinearlo, è importante stare fisicamente bene e giocare il miglior basket possibile. Poi ci saranno i play-off.  E quella è tutta un’altra musica”.

Non ha nominato i Lakers. Non li ritiene più una minaccia?

“I Lakers sono sempre una minaccia, ovviamente per via di Kobe Bryant, per la loro storia, per Dwight Howard e Steve Nash. Ma io posso aver controllo e concentrarmi solo sul miglioramento della mia solo squadra”.

Lei ha passato due importanti anni giocando in Italia. Conserva ancora un buon ricordo.

“Sempre. L’Italia ha e avrà sempre un posto speciale nel mio cuore. Lì ho fatto una bellissima esperienza professionale e personale. Ricordo con affetto i giocatori, i fans (tra i migliori che abbia mai visto) e il sostegno della società. E’ stato fantastico giocare per la famiglia Benetton in una bellissima città come Treviso. E mi fa sempre piacere tornare, anche se non riesco a farlo abbastanza frequentemente. Mi mancano lo stile di vita e soprattutto il totale sostegno che ho ricevuto in quei due anni.”

Chissà che un giorno Vinny Del Negro non compri casa anche in Italia.

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