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Mamma, papà e Valentino: il tris vincente di Van der Mark

Spinto a correre dal padre Henk, il rookie della Honda ha sempre vicino la madre Juliette e in testa l'esempio di Rossi

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Cristina Marinoni

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Gli ultimi tre sono stati anni da incorniciare per Michael Van der Mark. Olandese, classe 1992, il pilota del Pata Honda Superbike Team ha messo in bacheca almeno un trofeo a stagione, sempre in sella a una moto della casa alata: nel 2012 l'Europeo Superstock 600, nel 2013 la 8 ore di Suzuka (insieme a Leon Haslam e Takumi Takahashi, primo olandese della storia a vincere la gara) e nel 2014 il Mondiale Supersport, oltre al bis a Suzuka con gli stessi compagni di squadra.

Al debutto tra le derivate, il rider nato a Gouda ha conquistato due terzi posti sul circuito casalingo di Assen e ha tutte le carte in regola per togliersi altre soddisfazioni durante una stagione in cui, come sempre, avrà a fianco a sé nel paddock la madre Juliette: "Una mamma fantastica", ci precisa subito il rider, "perché mi lascia in pace!".

Ok, ma non sarai l'unico olandese mammone sulla faccia della Terra?
"Per niente! Mamma lavora nell'hospitality del mio team, tutto qui. Accoglie gli ospiti, gira tra i tavoli e controlla che ogni cosa sia a posto. Tutte le persone del team la adorano e lo si capisce dal soprannome: dai cuochi ai tecnici, non c'è nessuno che non la chiami Mammie!".

Vive anche con te nel motorhome?
"No, così andiamo d'amore e d'accordo! (ride, ndr). La vicinanza sarebbe troppo stretta, rischieremmo di arrabbiarci per un letto sfatto. Mia mamma è la prima persona cui mi rivolgo se ho un problema e poi insieme ci divertiamo un sacco, è molto allegra e giovane di spirito. Però non sono abituato ad averla sempre intorno, i miei genitori si sono separati quando avevo 12 anni e io ho sempre abitato con mio padre, anche ora".

Assomigli di più a tuo padre o a tua madre?
"Fisicamente a papà: mamma ha origini indonesiane, capelli scuri, pelle ambrata, io sono il classico olandese, biondo, carnagione chiara. Di carattere, invece, sono la fotocopia di mia madre. Lei me lo ripete sempre: 'Sei un ragazzo tranquillo, ma quando serve tiri fuori la grinta e diventi un leone'. Beh, ha ragione, sono così e ho proprio preso da lei, garantisco".

Davvero nessuna raccomandazione materna prima che entri in pista?
"Soltanto una, l'ho detto che non mi stressa! Mi dice di di stare attento: se arrivo primo o ultimo non importa, conta che non mi faccia male". 

Da papà, invece, hai preso la passione per le due ruote.
"Sì, papà Henk corre ancora nell'European Classic Endurance, su una Suzuki GSX-R1100. L'anno scorso si è perso la mia vittoria a Jerez de la Frontera - grazie alla quale ho conquistato il titolo mondiale con due tappe di anticipo - perché stava facendo una gara. Non è mai stato un pilota professionista, però".

Di cosa si occupa?
"È titolare di un'azienda di trasporti a Rotterdam, dove abitiamo. E, prima di appassionarmi alle moto, il mio sogno era diventare camionista: ho anche lavorato per lui. Ho imparato a guidare i truck a 12 anni e ci salgo ancora volentieri. So anche parcheggiarli!".

Quando hai cominciato a pensare di diventare un pilota?
"Ero appena un ragazzino e mio padre mi ha messo su una minimoto e sono andato subito fortissimo, nessuno credeva che non avessi mai indossato il casco. Eppure il colpo di fulmine è arrivato più tardi".

Quando?
"Quando ho visto Valentino Rossi in pista. Se corro è perché volevo diventare come lui. Non dimenticherò mai il giorno in cui l'ho incontrato: papà ci ha scattato una foto al termine di una sua gara. Ovviamente ho incorniciato la foto e ce l'ho ancora. Valentino è la persona che mi ha influenzato di più nella mia carriera insieme a mio padre: papà mi è stato accanto dall'inizio e ancora oggi condividiamo tantissimo". 

L'anno scorso hai vinto il Mondiale Supersport: il tuo prossimo traguardo?
"Vincere il secondo, non importa in quale categoria. Provo grande orgoglio per esserci riuscito: da 40 anni un olandese non diventava campione del mondo e sarebbe fantastico scrivere di nuovo il mio nome sull'albo. Ci proverò nel 2016: devo ancora imparare un sacco delle derivate di serie".

Come hai festeggiato il titolo 2014?
"Sul palco di Jerez con la squadra e poi con la famiglia e la mia ragazza, stiamo insieme da un anno".

E il doppio podio ad Assen, invece?
"Non ho organizzato niente, ero stanco morto e sono andato a letto! Ma con l'entusiasmo a mille: vedere sventolare le bandiere del mio Paese mentre salutavo le tribune mi ha proprio messo i brividi".

Cosa hai fatto con i primi soldi guadagnati da pilota professionista?
"Li ho messi da parte, non si sa mai cosa può succedere. Nessun acquisto particolare per me, a spesa per comprare ciò che vorrei sarebbe esagerata e allora finisce che compro un sacco di regali per la mia ragazza e mia madre".

Una tua passione?
"A parte qualsiasi mezzo con un motore? Il cioccolato, al latte e con le nocciole. E vado matto per la Nutella: per fortuna che poi brucio tutto con gli allenamenti e le gare".

Non hai ancora conquistato il secondo Mondiale, in compenso hai vinto due volte la 8 ore di Suzuka. È davvero un'esperienza unica?
"Sì, è pazzesca. Devastante dal punto di vista fisico: tanto per dare l'idea, l'anno scorso ho perso 1 kg a ogni turno di guida. È una prova che ti segna. Appena conclusa, sia nel 2013 sia nel 2014, mi sono detto: 'Mai più una sofferenza del genere!', ma dopo un mese mi era già tornata la voglia di iscrivermi. La soddisfazione di compiere l'impresa cancella ogni fatica e il 26 luglio sarò di nuovo pronto a partire, in compagnia di Takumi (Takahashi, ndr) e Casey Stoner, 'new-entry' del trio. Spero di trovare il tempo per chiedergli qualche consiglio, è un altro pilota che ammiro tantissimo".







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