Alla Juve lo scudetto, al Milan le polemiche

I bianconeri conquistano (di fatto) un tricolore scontato; a Milanello invece si fa polemica sull'allenatore

Lo striscione dei tifosi del Milan pro Allegri (Credits: ANSA/MATTEO BAZZI)

Carlo Genta

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La Juventus ha vinto lo scudetto e si sapeva. Lo ritirerà a occhio o croce alle 17 di domenica dopo avere, sempre a occhio e croce, pareggiato in casa con il Palermo. Magari il tempo sarà anche un po’ più propizio per un festa, dato che pare di essere a ottobre e le bandiere ieri si sarebbero bagnate di pioggia fredda e spessa. Ieri ha impallinato il Torino nel modo più crudele: sparandogli addosso quando il trattato per la tregua del pareggio era già pronto. Le grandi squadre fanno così. Ed è sempre più forte la convinzione che la Juve sia l’unica del nostro stagno. Senza avversarie, se non quelle create sulla carta, tanto per non far morire del tutto un campionato che non è nato mai.

Il Napoli è secondo e se lo stra-merita, ma primo non sarebbe arrivato mai nemmeno giocando una stagione lunga due anni.

E’ bella e aspra, per fortuna, la battaglia per il terzo posto: la Fiorentina è più fresca e leggera, anche più bella e intrigante; il Milan più forte ma anche più consumato, arriva coi muscoli, i nervi e le più profonde risorse tecniche là dove non arriva con il resto. Polemiche striscianti comprese. Perché ora mancava solo quella sull’allenatore da tempo mal sopportato, Massimiliano Allegri, che la proprietà non trova un pretesto serio per mandare via. Lo farà lo stesso, vedrete, chiamando Clarence Seeedorf, uno di famiglia, uno che non ha mai fatto quel mestiere, ma questo è un problema relativo. Pure Capello faceva il manager alla Fininvest e al più il telecronista per le reti di famiglia, prima di essere mandato sulla panchina.

Pare che il gruppo stia con Allegri. Pare. Ieri sera pure le parole biasciacate da Balotelli, dopo una serata in cui avrebbe meritato due schiaffoni, eppure ha risolto con due giocate una partita che pareva impossibile. Magari sarà Seedorf, peraltro mai adorato da buona parte del popolo rossonero. Perché non è mai stato un paraculo da giocatore e non lo sarebbe nemmeno da allenatore. Ma è uno specchietto per allodole, perché tutto passa dalle intenzioni della società sul futuro, sui soldi da investire su una squadra incompleta e, per prima cosa, dal passaggio sul ponte della Champions. Quello tocca ad Allegri.

Intanto l’Inter cerca, oltre alle talpe che abitano il sottosuolo degli spogliatoi, il gatto nero che deve per forza attraversare ogni sentiero di Appiano Gentile. Vederli così, anche per chi non ne è tifoso, stringe il cuore. Così come fa male vedere una bandiera stesa su una barella, con l’ennesimo infortunio grave. Forse è il segno di un destino duro e bastardo: fine di una storia, se non per amore per forza.

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