Formula 1

Ferrari contro Mercedes: un duello già deciso?

Nel Gp di Cina terza vittoria in tre gare per Rosberg. E quel titolo mondiale evocato da Marchionne a inizio stagione pare già un sogno...

F1 Grand Prix of China

Dario Pelizzari

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Uno, due, tre. Australia, Bahrain, Cina. La Mercedes che ti aspetti infila la tripletta e la Ferrari che non ti aspetti guarda e spera, tra annunci e rincorse, errori e sfortuna. C'è di peggio. A guidare le danze non è Lewis Hamilton, il britannico volante che ha stravinto gli ultimi due campionati e che ora pare in debito di ossigeno, bensì Nico Rosberg, il numero due per titoli e talento della scuderia tedesca, rigenerato dal digiuno terapeutico impostogli dal compagno di squadra nell'ultimo biennio e pronto a correre in direzione del traguardo con un impeto che in pochi gli riconoscevano. In tre gare, è cambiato tutto, non è cambiato niente. Era la Formula 1 che applaudiva tra gli sbadigli al trionfo senza limiti della Mercedes, è la Formula 1 che esalta Nico e aspetta Lewis, con le Rosse sullo sfondo a immaginare scenari zuccherosi probabilmente troppo distanti dal divenire realtà.

 

In Cina, la terza sentenza. Rosberg corre e scappa, Hamilton si improvvisa inseguitore e raccoglie briciole, mentre la coppia di Maranello, Sebastian Vettel-Kimi Raikkonen, si mette nei guai con un incidente che frena le attese e rivoluziona le intenzioni. Colpa di Kvyat e della sua partenza troppo arrembante, dice Seb, che a due passi dal podio prende per le orecchie il giovane avversario della Red Bull e gli intima di non farlo più, che alla prossima... Ma l'errore del pilota russo non c'è e non si vede. Al contrario delle piccole grandi imprecisioni del quattro volte campione del mondo, che sbaglia più del consueto sia nelle qualifiche sia in gara. Una novità per un fuoriclasse come lui, capace, anzi, capacissimo a trasformare accenni in romanzi e premesse in promesse. Raikkonen? Confuso e infelice. Eppure, veloce, almeno più della scorsa stagione. Ma non può essere tutto qui.

"È iniziato da pochi giorni quello che per noi dovrebbe essere l'anno del ritorno in vetta". L'unico vero obiettivo? "Riportare il titolo a Maranello". Parole e ambizioni di Sergio Marchionne, il presidente del Cavallino, snocciolate in favore di microfono durante la cerimonia di quotazione in Borsa a Milano della Ferrari (4 gennaio 2016). A Maranello hanno fatto gli scongiuri e premuto sull'acceleratore per sviluppare una monoposto che potesse colmare il gap con la Mercedes. Il risultato, lo dice la pista, è una macchina migliore della precedente (e ci mancherebbe pure), ma ancora tutta da definire, soprattutto in termini di affidabilità. Il problema grande così è che, come prevedibile, hanno fatto passi in avanti anche gli altri. La Mercedes, certo, ma pure la Red Bull, che ha sistemato le ali dopo le turbolenze con la Renault. In estrema sintesi: il divario con le prime della classe c'era e c'è ancora. Non avrebbe potuto essere altrimenti.

Sì, perché come si dice da tempo la F1 non è uno sport che lascia spazio alle rivoluzioni. Chi vince oggi, ha ottime possibilità di vincere anche domani. Soltanto il dopodomani è aperto alla lotta, ma soltanto a patto che vi sia una programmazione che consenta di invertire la rotta e correggere il tiro. La Ferrari ha fatto tutto questo. Ha iniziato un percorso virtuoso che le permetterà di rivedere a breve termine le logiche del dominio Mercedes: lo dice la pista, lo dicono i protagonisti. Sì, ma rivedere non significa stravolgere. La pazienza, prima di tutto. Se possibile, senza farsi prendere al collo dall'entusiasmo, che talvolta produce più guai che benefici. "Avremmo avuto molte possibilità di vincere", ha detto Maurizio Arrivabene commentando l'autogol di Vettel. Poi, guardi i tempi, riavvolgi il nastro della gara e intuisci che Rosberg non avrebbe avuto rivali comunque. La superiorità tedesca, la favola della volpe e dell'uva. 

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