Ecclestone: "Monza a rischio"

Parla Bernie Ecclestone, l'uomo che ha trasformato la Formula 1 da svago amatoriale in business planetario

Bernie Ecclestone al gran Premio del Canada (Credits: Shaun Botterill/Getty Images)

Gianluca Ferraris

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L'uomo che ha trasformato la Formula 1 da svago amatoriale di rampolli annoiati in business planetario a molti zeri si chiama Charles Bernard Ecclestone. Va specificato perché da tempo immemore tutti quanti, dalla segretaria Kai allo sceicco Al-Makhtoum, lo chiamano semplicemente Bernie. «Mi sono sempre chiesto se sarei diventato quello che sono chiamandomi semplicemente Charles» confida a Panorama, prima di sprofondare in una delle otto poltrone ispirate ai sedili delle monoposto che arredano la sua sala riunioni con vista su Hyde Park, a Londra.

«Alla fine penso di essere semplicemente stato bravo nel mio lavoro». Le cifre confermano: nel 2012 il carrozzone motoristico ha totalizzato ricavi per 1,438 miliardi di euro, quasi tutti attribuibili alla Formula one management (Fom), di cui Ecclestone è fondatore, ex proprietario e direttore.

In una sorta di one man show lungo un trentennio, Bernie ha accentrato su di sé la gestione di diritti televisivi, marketing, sponsorizzazioni, premi gara, contratti di ospitalità e royalty. E, anche se non siamo più nei dorati anni Novanta e lui ha perso il controllo formale della società, nessuno mette in dubbio che il carrozzone sia rimasto roba sua.

Il manager che sta seduto su questa montagna di soldi oggi ha quasi 83 anni e tre bypass: l’ostico accento nordico, trasportato da un filo di voce e accompagnato da gesti lentissimi delle sue mani pallide, rischia più volte di trasformare la conversazione in un monologo. Ma i concetti restano chiari e la memoria è impressionante, perfetta per esaltare il racconto di un’esistenza che vale almeno una dozzina di vite normali. 

Chimico, meccanico, concessionario d’auto, pilota, poi procuratore e infine manager da 54 milioni di euro l’anno. «Guadagno molto e spendo poco» si limita a ribattere Ecclestone, senza confermare l’entità del suo salario monstre. I 24 milioni investiti nei matrimoni delle adorate figlie Petra e Tamara, o l’anello nuziale da 100 mila sterline infilato al dito della seconda moglie Fabiana, di quasi mezzo secolo più giovane, sono dettagli buoni per i tabloid.

Quando è a Londra vive nella stessa palazzina di Hyde Park in cui lavora e scende da solo a prendere giornali e cartone del latte. Quando è in giro per il mondo, invece, dispensa lezioni di diplomazia e finanza a sei cilindri: al miliardario indiano Lakshmi Mittal ha trovato casa nell’ormai congestionata Kensington; da David Cameron s’è preso una tirata d’orecchie perché Vladimir Putin parla più con lui che con il premier britannico; è intimo della famiglia Murdoch e di Alberto di Monaco, che l’ha fatto cavaliere del principato nel 2006; davanti agli emiri è l’unico a non fare anticamera e assieme al fondo di private equity Cvc prepara il debutto in borsa della sua creatura. La notizia risale a pochi giorni fa, dunque partiamo da qui.

Credo sia la sesta o settima volta che annunciate il collocamento. Pensate di farcela entro l’autunno?
Non lo so, ma di sicuro prenderemo una decisione definitiva a brevissimo. Il progetto è pronto da tempo, però fino alla fine del 2012 erano i mercati a non esserlo. Ora le condizioni stanno rapidamente cambiando, anche perché abbiamo fatto alcuni passi che ci agevolano.

Quali?
Abbiamo deciso che non ci quoteremo al London Stock Exchange, bensì a Singapore.

E perché?
Perché è una piazza più adatta dal punto di vista fiscale e finanziario, ma soprattutto per l’appeal di un marchio come il nostro. Come avrà notato anche lei, da un po’ di tempo i brand che hanno una diffusione globale scelgono sempre più spesso le borse asiatiche per raccogliere capitali.

Significa che l’Europa sta perdendo centralità anche per il business della Formula 1?
Io organizzo una cosa che si chiama campionato del mondo. Se fino a qualche anno fa, salvo un paio di puntate in Giappone e Brasile per motivi di sponsor, questo significava correre soprattutto in Europa, oggi la prospettiva è ribaltata. E visto che noi siamo obbligati a non superare i 20 gran premi l’anno, il mio dovere nei confronti degli azionisti è scegliere le location più appetibili da ogni punto di vista. Fortunatamente abbiamo l’imbarazzo della scelta.

Il prossimo anno la Formula 1 debutterà in Russia, mentre per il 2015 si parla di Messico e Thailandia. Che cosa c’è di vero?
Sono mete interessanti, vedremo. Quel che posso dirle è che è possibile che l’Europa perda un paio di corse a favore dei mercati emergenti.

Monza è una tappa a rischio?
Se dovessimo rinunciare a Monza, e dico se, perché nessuna decisione è stata ancora presa, sarebbe solo per motivi economici. Certo la qualità del circuito e l’organizzazione potrebbero essere migliori, ma, ripeto, non è quello il punto cruciale.

Sono ancora in piedi le trattative per sostituirla con Roma?
No. E per quanto mi riguarda non sono mai decollate. Siamo stati noi a essere contattati da qualcuno intenzionato a portare un gran premio nella capitale. Abbiamo risposto: «Suggestivo ma difficile. Comunque parliamone». Dopodiché non abbiamo sentito più nessuno.

Tornando a Monza, recentemente il suo nome ha fatto capolino (pur senza comparire tra quelli degli indagati) nella vicenda giudiziaria che vede l’ex patron del circuito, Enrico Ferrari, accusato di evasione fiscale. Ha qualcosa da dire a proposito?
Premesso che non ho ricevuto alcuna richiesta di chiarimento dai magistrati italiani, e che tutti i nostri registri sono a loro disposizione, apprendo dai giornali che tra le fatture sospette emesse da Ferrari ce ne sarebbero alcune indirizzate a società inglesi. Con molte di queste non c’entriamo nulla, mentre le altre, per un importo davvero risibile rispetto al nostro budget (si parla di 1,6 milioni in cinque anni, ndr), sono state pagate a fronte di servizi regolarmente effettuati. Collegare la Formula 1 a qualsiasi affare meno che limpido è scorretto e fuorviante.

La Formula 1 sembra comunque aver vissuto tempi migliori: il calo di ricavi negli ultimi tre anni è stato sensibile, grandi costruttori come Honda, Bmw e Toyota sono fuggiti e gli sponsor latitano. Come ne uscirete?
Restiamo sempre una gran bella macchina da soldi, mi creda. Certo nessun settore è al sicuro se non sa rinnovarsi e adeguarsi ai tempi. Ma per sponsor e costruttori, fortunatamente, siamo ancora costretti a fare selezione all’ingresso. Abbiamo un pilota come Sebastian Vettel che è una vera icona ed è ancora molto giovane.

Che ne pensa di lui?
Al volante è uno dei migliori che abbia mai visto. Solo Fernando Alonso, Lewis Hamilton e Kimi Raikkonen reggono un confronto stilistico con lui. A backgammon, invece, continuo a batterlo regolarmente. Ed è uno spasso: Sebastian è competitivo in tutto, ogni volta si infuria.

Altri elementi di ottimismo?

I team, anche quelli costretti a lavorare con budget più ridotti, stanno mostrando una vitalità inesauribile. L’audience televisiva e le royalty dei paesi ospitanti sono tornate a crescere: non era scontato in una fase come questa. Del resto mi pare che in altri sport, compreso il calcio che ha connotati di popolarità simili ai nostri, le cose non vadano meglio.

A proposito di calcio, lei ha tentato brevemente anche l’avventura del pallone: nel 2007, in cordata con Flavio Briatore, acquistò la maggioranza del Queens Park Rangers, salvo poi uscirne con le ossa rotte nel 2011. Come è andata davvero?
Ho constatato sulla mia pelle che fare profitti veri nel calcio è quasi impossibile, nonostante un giro d’affari senza senso e una popolarità planetaria. Troppa incompetenza, troppi manager improvvisati, troppi investimenti necessari senza un ritorno certo. La verità è che, finché la maggior parte dei presidenti saranno disposti a firmare bilanci in rosso pur di restare in prima pagina, il pallone resterà incompatibile con una gestione equilibrata del business. Peccato.

Con Briatore in che rapporti siete rimasti?
È un amico, oltre che uno dei migliori manager che conosca. Ma io adoro tutti gli imprenditori italiani. Anzi, li amo alla follia.

Perché?
Se hanno avuto successo nonostante il contesto di partenza, difficile e caotico, per usare un paio d’eufemismi, vuol dire che valgono il doppio degli altri. E poi non si stancano mai di viaggiare per vendere i loro prodotti nel mondo. Proprio come faccio io. 

L’attitudine a trasformarsi in «piazzista dei gran premi», in effetti, è uno degli aspetti più criticati della sua gestione. 

Come dicevo poco fa, io vengo pagato per massimizzare le entrate della Formula 1 e ho l’obbligo di far correre i nostri team là dove è più redditizio per tutti. 

Compresi Bahrain, Cina, Malesia, Russia, paesi dove non sempre i diritti delle opposizioni sono garantiti e i governi puntano ad assicurarsi popolarità e buona stampa ospitando le corse?

Io mi occupo di sport business, non di politica. Esattamente come chi governa il calcio, dove gli unici contanti che circolano ormai sono quelli di sceicchi e oligarchi. Non spetta a me dire a un governo cosa deve o non deve fare, o spiegare all’opinione pubblica cosa funziona e cosa no nel paese che sto visitando. Non siamo persone insensibili, solo ci muoviamo su binari differenti rispetto alla politica e pensiamo che alcune scelte non riguardino noi.

Lo scorso anno, però, in India le Ferrari sono scese in pista con l’effigie della Marina militare italiana in omaggio ai nostri due marò trattenuti nel paese. Scelta sbagliata?

Scelta della Ferrari, non di Formula one management. Quindi non la commento.

Pochi giorni fa il presidente della Fifa Joseph Blatter, di fronte alle proteste brasiliane durante la Confederations cup, ha affermato che le partite sarebbero andate avanti comunque. Lei oggi organizzerebbe un gran premio a Istanbul, per dire?
Perché no? Tutto comunque dipende da quale percezione si ha nel momento in cui l’evento viene organizzato. Nel 1985, per esempio, dovevamo correre in Sud Africa ma cancellammo quel gran premio perché legittimare con la nostra presenza un governo fondato sull’apartheid sarebbe stato ingiusto. In casi come questo è differente, mi pare che il popolo turco abbia tutti gli strumenti democratici per contrastare le decisioni del suo governo. Che cosa cambierebbe una corsa in meno?

Cambiamo argomento. Rupert Murdoch, suo amico e quasi coetaneo, sta divorziando per la terza volta. Lei si è appena risposato  con una donna molto più giovane e...
...E le cose tra noi vanno benissimo, se è questo che stava per chiedermi. 

In realtà forse è lei che può dare qualche consiglio a Murdoch.
Non credo che ne abbia bisogno. Mi è dispiaciuto, per affari vedo spesso suo figlio James e conosco bene anche Wendy (l’ultima moglie del magnate australiano, ndr). Ma alla nostra età bisogna lasciarsi guidare dal cuore e dall’istinto. Se dovessi incontrare Rupert gli direi soltanto questo: fa’ ciò che ti rende felice.

E lei a 82 anni suonati è ancora felice della vita che fa? Lascerà mai la Formula 1?
Non sono più il padrone della baracca. Potrei lasciare in qualsiasi momento, se gli azionisti lo decidessero o se io capissi che non mi diverto più. Certo, nulla sarà più come prima, ma anche la musica non è finita quando è morto Elvis. Lascia in piedi un palco e qualcuno, sopra e sotto, ci sarà sempre.

(Twitter: @g_ferraris) 

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