Roma-Lazio, il mio derby

Claudia Daconto, collega, cronista, notista politica, giallorossa da sempre, ci racconta il suo derby

I tifosi cantano l'inno della Roma

Claudia Daconto

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Il derby romano - tecniche si sopravvivenza (o qualcosa del genere)

C'è una tecnica infallibile, affinata in anni e anni di curva, per arrivare tranquilli allo stadio nel giorno del derby e dei soliti scontri tra teppisti: dopo essersi assicurati che dentro qualcuno difenda il tuo posto a costo della sua stessa vita, arrivarci all'ultimo minuto passando proprio per la scena del “crimine”. E' infatti la più presidiata. I feriti, 8 stavolta, sono già finiti in ospedale e gli arrestati, 4, in questura. Senza contare che all'ingresso non c'è più fila.

Il problema è vincere la caccia al tesoro all'ultima strada aperta. Fondamentale farsi accompagnare da qualcun altro e assicurarsi un passaggio per il ritorno. Accortezza necessaria per evitare di dover cercare parcheggio fino all'inizio del secondo tempo, trovarlo a 6 km di distanza, arrivare ai cancelli sudati e imbufaliti e poi magari tornare a casa con il lunotto sfondato.

L'uscita è fissata intorno alle 20.20. Abitando a Monte Mario si può fare. Anche con le strade chiuse. Se si sta più lontani si anticipa calcolando di trovarsi all'obelisco al massimo per le 20.35.

Ci si fa lasciare il più vicino possibile. E visto che ieri gli incidenti erano scoppiati a Ponte Milvio, si prova a passare da là. “Se è ancora chiuso pure Ponte Milvio, mi lasci e vado a piedi”. “Per forza Clà, anche perché l'elicottero non ce l'ho”. Giusto.

La strada è sbarrata, ma in giro non c'è più quasi nessuno. Solo poliziotti sfatti dalla stanchezza con i cerotti in fronte. Allora superi le transenne mentre un ambulanza svolta da Lungotevere per la galleria che porta verso l'ospedale Gemelli. Sull'asfalto un tappeto di vetri e bottiglie rotte.

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Tiri fuori la tua tessera e passi i controlli, ormai blandi. Un poliziotto soppesa la borsa. L'arma più pericolosa è una spazzola di plastica. Ma la fanno passare.

Poi arriva il momento in cui capisci sempre come andrà a finire la partita. Succede nel tratto tra l'obelisco e la palla, calpestando il mosaico mezzo divelto di via del Foro Italico. Il risultato finale impregna l'aria come la puzza dei fumogeni sparati unpaio d'ore prima che pizzica ancora un po' nelle narici.

Alle 20.40 conquisti il tuo posto. Preghi con tutta te stessa di poterti guardare la partita comodamente seduta come tutte le altre volte. Al derby, infatti, succede che allo stadio ci vengano pure i tifosi estemporanei, quelli che pretenderebbero di rimanere in piedi 90 minuti a costo di farsi maledire e tempestare di cartoccetti in testa dagli abbonati. Quelli che di tornare a casa con la schiena spezzata non ne vogliono nemmeno sentir parlare.

E che resistono in piedi giusto nei 3 minuti di “Roma Roma Roma”, quando tutto lo stadio si sgola e si sbraccia con la sciarpetta ben tesa sulla fronte.

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Ieri non si era ancora spenta l'ultima nota dell'inno giallorosso che la Nord rispondeva con la sua coreografia: un maxi lenzuolo con su dipinto un uomo piegato in avanti che allaccia lo scarpino a un ragazzino e sotto la scritta: “Dal 1900...La squadra dei padri. La fede immortale”. Sono fissati i laziali con questa storia della “prima squadra della Capitale”. Peccato che poi invece di battezzarsi “Roma”, abbiano scelto “Lazio”. Ci si mangiano ancora le mani.

Dalla Sud inevitabile lo sfottò: “Nun se po' guardà, nun se po' guardà, nun se po' guardà...”, poi un altro coretto irripetibile che parlava di pecore...

Certo, per obbiettività va detto che stavolta la guerra degli striscioni l'hanno vinta comunque loro. Di quelli romanisti si salvava quasi solo: “Noi 20 anni di Totti, voi 20 anni dé tutti”.

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E infatti alla fine è sempre lui, sempre il Capitano a salvare la squadra dalla seconda sconfitta della stagione nella stracittadina. La partita è di una noia mortale. Non succede nulla a parte la rete del vantaggio biancoceleste con Hernanes, che però poi calcia fuori dal dischetto, e il rigore segnato da Totti che dagli 11 metri, invece, non sbaglia mai.

Il pareggio non accontenta nessuno. Sugli spalti pure i più adrenalitici si accasciano sconsolati sui seggiolini. Addio sogni d'Europa. Addio.

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