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Basket, Federico Mussini: "Ncaa fantastica anche senza March Madness"

La sua St. John's è fuori dal tabellone, ma la promessa azzurra promuove a pieni voti l'esperienza nel torneo universitario americano

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Gianpaolo Ansalone

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La sua St. John's University (con sede a New York) non è riuscita a trovare un posto nella "March Madness", la "Follia di Marzo" che con un tabellone a eliminazione diretta porterà come ogni anno alla Final Four da cui uscirà la squadra campione del basket universitario americano, ma Federico Mussini ha già impressionato gli addetti ai lavori nel suo primo campionato Ncaa, confermando la bontà della sua scelta di lasciare Reggio Emilia per andare a studiare basket (e non solo) negli States.

Classe 1996 (ha compiuto vent'anni proprio lo scorso 12 marzo), il giocatore italiano è risultato uno dei migliori dei suoi con 11 punti di media a partita in circa 30 minuti sul parquet, dato quest'ultimo importante anche perché lo certifica come il più utilizzato da coach Chris Mullin subito alla sua prima esperienza oltreoceano, della quale accetta ben volentieri di parlare con Panorama.it.

Federico, partiamo per così dire dalla fine: vista la mancata presenza di St. John's alla "March Madness", come proseguirà la tua e la vostra stagione?
"Per noi non cambierà niente: il programma di allenamenti sia di squadra che individuale proseguirà normalmente fino al termine della stagione, che è ovviamente legata al programma scolastico. Fino a maggio-giugno continuerò quindi ad allenarmi con la squadra e a studiare per gli esami".

Puoi comunque già trarre un bilancio di questa esperienza?
"Sì, e in termini generali direi che è ottima. Mi sto trovando molto bene con compagni e staff, mi sono adattato senza grossi problemi alla nuova realtà e sono convinto di aver fatto una buona scelta".

Come si svolge una tua tipica giornata alla St. John's University?
"La mattina ho lezione per circa tre ore, poi verso l’ora di pranzo ci alleniamo per due ore e mezzo. Dopo allenamento, verso le 17, ceniamo con la squadra. Poi abbiamo piena libertà, c’è tutto il tempo per studiare, andare fuori con gli amici e riposarsi. La vita da giocatore è poi bellissima: tutti ti riconoscono, spesso ti fermano per farti i complimenti e parlare delle partite e ti senti davvero considerato. In questa stagione ho avuto modo di conoscere davvero tante persone".

C'è stato un segreto per questo tuo rapido ambientamento? E quali differenze hai trovato con la nostra pallacanestro?
"Il segreto è anche stato il motivo che mi ha spinto alla St. John's: sapevo che avrei avuto la fiducia di coach e squadra e quindi tanto spazio in campo già alla prima stagione. La differenza tra il college basket e quello italiano sta invece sicuramente nel ritmo: giocare con il cronometro dei 30 secondi rallenta molto il modo di impostare il gioco. Poi in Ncaa siamo tutti ragazzi molto giovani, con una conseguente mancanza di esperienza che porta a fare scelte un po' affrettate e non sempre giuste. Ma il livello è veramente alto e mi sta aiutando a crescere".

Uno degli aspetti più folkloristici del college basketball è rappresentato dal tifo: la tua opinione dal campo?
"In Italia il tifo più acceso è affidato agli ultras, qui invece sono gli studenti a rappresentare la parte più 'calda' del pubblico. Sinceramente, credo sia più bello l’ambiente in Europa, perché il pubblico nel suo insieme è molto più coinvolto, a parte rare eccezioni. Devo ammettere però che in un paio di partite come contro Syracuse o Seton Hall c’è stato un ambiente incredibile, difficile da descrivere a parole".

Cosa ti aspetti dalla parte finale del torneo Ncaa?
"Sono curioso di viverlo da questa parte dell'Oceano e credo che sarà come sempre qualcosa di incredibile, aperto a tante sorprese. Sarà divertente seguire la 'March Madness' anche solo da spettatore".

Hai già avuto modo di esserlo dal vivo anche a una partita Nba?
"Purtroppo no, però ho la fortuna di seguirle in Tv tutti i giorni. Il livello è altissimo e non so se un giorno riuscirò ad arrivarci, anche se farò di tutto per provarci. Ovviamente sono qui per diventare il miglior giocatore possibile, ma non so dove potrò arrivare".

A proposito di esplorazione dei propri limiti, sappiamo che hai incontrato Stephen Curry...
"E' stato un incontro davvero emozionante. Non ho avuto modo di parlarci tanto, perchè c’era la fila per fare foto con lui e chiedere autografi... Però abbiamo scambiato due chiacchiere e abbiamo scherzato sul fatto che il college dove ha giocato, Davidson, avesse cercato anche me. In generale è stata una grande esperienza poter vedere come si allenano lui e i Warriors, testare da vicino la loro mentalità ed etica del lavoro".

Stai seguendo anche il Campionato italiano?
"Seguo con affetto sia Reggio Emilia, per ovvi motivi, che Trento, dove gioca il mio grandissimo amico Diego Flaccadori. Penso che anche quest’anno Reggio Emilia possa puntare al titolo, perché vedo un campionato molto equilibrato e i miei ex-compagni hanno già dimostrato di poter arrivare a giocarsela fino in fondo".



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