Basket

La nuova vita (e la vecchia barba) di Datome al Fenerbahce Istanbul

Il capitano della nostra Nazionale di basket si racconta a tutto campo tra il già archiviato passato nell'Nba e un presente da protagonista in Eurolega

datome

Paolo Corio

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Quando intercettiamo Gigi Datome in occasione della trasferta del suo Fenerbahce in quel di Madrid, fonti "riservatissime" ci rivelano che il capitano della nostra Nazionale di basket si è fatto accompagnare dallo stesso barbiere di Sergio Rodriguez, altra barba eccellente di questa Eurolega e stella del Real, per una spuntatina in stile "caballero". Inevitabile così la prima domanda...

Soddisfatto del grooming?
"Ottimo lavoro, ma fin troppo perfetto. Io ho sempre avuto una barba un po' irregolare, quindi mi sa proprio che ci rimetto mano con le forbici per un'altra spuntatina".

Beh, problema certo più facilmente risolvibile di quando ti tormentavi la suddetta barba nell'attesa di poter scendere in campo nell'Nba...
"Vero. Ma ormai è passato: oggi sono concentrato sul Fenerbahce, anche perché tra partite di campionato, trasferte europee e allenamenti io e i miei compagni non abbiamo molto tempo per pensare ad altro. E comunque io ho sempre e solo guardato al presente: l'ho fatto a Scafati come a Roma, nell'Nba come ora in Turchia. Con il Fenerbahce ho un contratto di due anni più uno, ma - lo ripeto - penso solo a far bene questa stagione".

Ok. Un'ultima domanda al proposito e poi ci diamo un taglio definitivo, non alla barba ma all'avventura nell'Nba: la cosa migliore e quella peggiore che ti ha lasciato l'esperienza oltreoceano?
"Di sicuro mi ha fatto diventare un giocatore più fisico e più veloce in certe esecuzioni del gioco. E dal punto di vista mentale non do più per scontato il fatto di giocare a basket: ricordandomi la nostalgia per il campo che ho provato tutte le volte che rimanevo fuori, oggi la prendo in un modo diverso, mi godo ogni minuto in campo. La cosa peggiore? Io ho un'indole positiva, cerco sempre di portare con me solo le cose belle... ma la D-League è stato un momento molto brutto: una cosa che ho dovuto fare per forza e per la quale mi sono ritrovato in un contesto di pallacanestro davvero osceno rispetto a quella bellissima che giochiamo in Europa".

Ed eccoci quindi al Fenerbahce, che ha trovato con largo anticipo un posto nella Top 16 e punta decisamente alla Final Four di Berlino: com'è stato l'impatto con la tua nuova realtà?
"Molto positivo, proprio perché è stimolante far parte di un club che ha obiettivi così importanti. Nonostante sia una squadra nuova, sa già che pallacanestro vuole fare, con diversi giocatori capaci di distribuirsi le responsabilità e che portano il giusto esempio in campo, mostrandosi anche capaci di sacrificare il proprio istinto alle richieste di Obradovic, uno di quei coach che vanno ascoltati".

Obradovic, appunto: quanto ha pesato nella tua scelta?
"Moltissimo. E' un coach che ha vinto tutto, una leggenda vivente, ma ha ancora una fame incredibile. Ho visto tanti allenatori che dimostrano meno motivazione di lui, pur avendo vinto molto di meno. Invece Obradovic è un continuo stimolo per i suoi giocatori: che sia un allenamento o una riunione tecnica, non ti lascia 5 minuti di libertà mentale e ho avuto così la conferma di quello che pensavo, cioè che in un contesto simile posso solo migliorare ancora".

Cosa ci racconti invece del Campionato turco: tutte partite con spalti torridi?
"In realtà in casa abbiamo un'atmosfera molto calda in Eurolega e un poco più fredda in Campionato, che è comunque un torneo tosto, con tre squadre partecipanti allìEurolega (oltre al Fenerbahce, l'Anadolu Efes e il Darussafaka Dogus, sempre di Istanbul, ndr) e altre di livello europeo. Sono sempre partite tutte da giocare, come dimostra anche il fatto che ne abbiamo già persa qualcuna in più del dovuto, anche per la vicinanza di alcuni impegni a quelli di Eurolega. Anche in questo caso, comunque, puntiamo a dire la nostra fino in fondo".

Istanbul come città? Riesci a viverla o sei assediato dai tifosi?
"All'inizio, tra la necessità di trovare casa e il calendario subito fittissimo, ci ho ho messo un po' a cominciare a muovermi, ma ora la sto gradualmente scoprendo: ho visto la Moschea Blu, Santa Sofia, ho preso il battello sul Bosforo. Come tutti sanno, è una città molto grande e caotica, che però ti offre moltissimo ed è molto affascinante, anche se alla fine io faccio una vita normale e sono concentrato sul mio lavoro, cioè sul basket. Quanto ai tifosi, sono sempre molto rispettosi nell'approcciarmi, solo al bazar mi sono reso conto di quanto siamo conosciuti noi giocatori di basket".

Sei stato assalito dalla folla?
"No. I venditori mi riconoscevano immediatamente e non mollavano uno sconto su niente, nemmeno quelli che tifavano per il Fenerbahce!".

Il prezzo della fama, quella che manca da un po' alla nostra Nazionale: inevitabile chiederti un giudizio sul cambio di coach...
"Vero, come generazione io e i miei compagni non abbiamo fatto niente rispetto al passato. Non sono mai stato allenato da Ettore Messina, ma so quello che sanno tutti: è un coach di alto livello, che ha vinto ovunque e che si sta facendo rispettare anche nell'Nba, a fianco di un altro vincente come Popovich. Spero allora che possa darci una mano ad agguantare il biglietto per le Olimpiadi, anche se non posso dichiararmi contento dell'addio a Simone Pianigiani: abbiamo lavorato sei estati insieme e ci ha fatto crescere molto come gruppo, oltre al fatto che mi sono trovato molto bene con lui, al quale va quindi la mia personale gratitudine".

Italia per te significa anche Roma, volontariamente retrocessasi in A2: considerazioni?
"Non mi piace fare i conti in tasca agli altri, ma se Toti ha deciso così, è perché era davvero l'unica via per mantenere il basket a Roma, altra piazza importante persa dal nostro Campionato. Ho letto di tanto scetticismo, di tanta perdita di passione da parte di molti, ma - sentendomi tale nei confronti di Roma - dico che il tifoso si vede adesso, che era facile venire al palazzetto in occasione delle finali e che bisogna sostenere la squadra nel presente senza continuare a pensare al passato".

Che comunque a te ha lasciato qualche ricordo...
"Certamente. La verità, però, è che ci sono state quattro stagioni deludenti prima della finale del 2013, in cui io crescevo di anno in anno ma la squadra no... Poi, sempre con l'iscrizione in dubbio fino all'ultimo per problemi finanziari, arrivò quel Campionato: una squadra divertente, di gente affamata, capace di un risultato ogni qualsiasi più rosea previsione. Sinora è la stagione sportiva più bella che io ricordi: un gruppo fantastico, una bella piazza".

Nel salutarci, Gigi estrae dalle enormi tasche della giacca della tuta una copia de L'albero dei Giannizzeri: "Me l'ha regalato un'amica, parla dell'Istanbul del passato, ma è interessante anche per capire meglio quella presente". Del Fenerbahce, invece, crediamo abbia già capito tutto, pronto a riprendersi in Europa quel ruolo da protagonista che gli è stato a lungo negato negli States.

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