Il Milan del futuro e il rispetto per Galliani
Il Milan del futuro e il rispetto per Galliani
Sport

Il Milan del futuro e il rispetto per Galliani

La resa dei conti in via Turati non può cancellare 27 anni di successi. Dallo scambio Pato-Tevez ai colpi a parametro zero: quante volte in questi anni le intuizioni di Adriano erano giuste? - Rifondazione Milan: come cambierà  - Il sondaggio -

Se il Milan si trova nella situazione attuale, a distanza siderale dalla vetta e tagliato fuori a novembre da qualsiasi discorso scudetto e Champions League, la catena degli errori e delle responsabilità è sufficientemente lunga da comprendere tutti, Adriano Galliani in testa. Detto questo, c'è qualcosa che non torna nell'annuncio della resa dei conti che Barbara Berlusconi e la proprietà hanno affidato a un lancio Ansa, salvo poi provare a rettificarne il senso profondo pur senza ricucire lo strappo. Basta una lettura veloce di quelle righe per leggervi un preavviso di sfiducia all'attuale dirigenza di via Turati con in testa l'uomo che al Milan comanda su tutti e che da ieri sera è un po' meno saldo al suo posto.

Adriano Galliani è il responsabile della 'filosofia aziendale' del Milan, del suo mercato, dell'organizzazione e dello scouting, della gestione del budget e dei risultati di campo e di bilancio. E' sempre stato un 'one man show' e questa è la sua forza, insieme a una riconosciuta competenza calcistica e all'abilità di muoversi nelle stanze della politica del pallone. Dunque, se nei colloqui seguiti alla figuraccia contro la Fiorentina Barbara e Silvio Berlusconi hanno concordato sulla necessità di un "cambio di rotta nella gestione della società" e si sono lagnati per la "mancata programmazione", per "l'assenza di una moderna rete di osservatori" e per "una campagna acquisti e cessioni estiva sbagliata e che non tenuto conto delle indicazioni della proprietà" la traduzione è che ad Adriano Galliani viene chiesto un passo indietro. Punto.

Tutto legittimo, per carità. Non si può non sottolineare, però, che Barbara e Silvio Berlusconi farebbero bene a rivolgere a se stessi molte delle critiche riservate a Galliani, non fosse altro per evitare il ripetersi del consueto giochino per cui la formazione che ferma il Barcellona è stata dettata dal presidente, mentre quella che perde con la Fiorentina rimane orfana di padre. Come se la decisione di rendere il Milan autonomo finanziariamente, costringendo Galliani all'equilibrio di bilancio, non sia frutto delle scelte della Famiglia. Ovviamente non è così: Galliani resta pur sempre un dirigente che risponde alla sua proprietà e gli ultimi mercati, fatti in economia, sono diretta conseguenza delle strategie volute da Berlusconi.

Anche la storia degli acquisti fatti male andrebbe riletta. Da quando i cordoni della Fininvest si sono chiusi, Galliani è stato capace di portare a Milanello Kakà e Montolivo a costo zero (Honda e Rami arriveranno a gennaio), Balotelli a prezzo di saldo così come Ibra, che fu pagato in comode rate con un capolavoro riconosciuto da tutti. Viene in mente che a gennaio 2012 quell'incapace di Galliani aveva scambiato Pato con Tevez e la cosa sarebbe riuscita bene se Berlusconi (Silvio) non lo avesse bloccato al momento delle firme. Errori? Ce ne sono stati, certo, ma lo smantellamento della vecchia guardia faceva parte di un processo di rifondazione del quale Berlusconi per primo si prendeva il merito.

Stesso discorso per il gioco che, secondo Barbara Berlusconi, non è all'altezza di quello di Fiorentina e Roma. Sarebbe corretto ricordare come il passaggio al trequartista sia stato imposto proprio da Berlusconi, subito da Allegri e non del tutto digerito da Galliani, che ha trascorso l'estate a gridare che il Milan stava giocando bene salvo poi (per rispettare le indicazioni della proprietà?) smontare il giocattolo in 72 ore dopo il superamento del preliminare contro il Psv.

Se la Famiglia ha deciso che l'era Galliani (quasi un'era geologica per quanto è durata) è destinata a finire ben venga. Decisione legittima e, dopo 27 anni, quasi fisiologica. Però ci sia rispetto per il dirigente che con la sua organizzazione societaria, la sua rete di contatti, le sue scelte di mercato, la sua 'filosofia aziendale' ha contribuito a portare il Milan in vetta al mondo. A meno che non si voglia far passare il concetto che il club più titolato al mondo sia diventato tale malgrado la sua disorganizzazione. Siamo seri.

Seguimi su Twitter @capuanogio

Ti potrebbe piacere anche

I più letti