Surf, donne sulla cresta dell'onda

Il racconto del nostro inviato allo Swatch Girls Pro Tour di Hossegor, sulla costa atlantica francese, dove si sono sfidate le migliori atlete del mondo

Corpi scolpiti e incredibili doti tecniche: è il mix vincente delle atlete protagoniste dello Swatch Girls Pro. – Credits: Swatch.

Teobaldo Semoli

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A cavallo di una tavola scrutando l'orizzonte, verso l'oceano, con la mano aperta per accarezzare le acque e "sentire" l’arrivo dell'onda perfetta. Il surf è anche e soprattutto questo: saper aspettare, ascoltando in silenzio gli elementi di acqua, terra e aria. E’ la quiete prima della tempesta. In realtà di “tempesta” (intesa come vento e onde) se n’è vista poca nella tre giorni di gare dello Swatch Girls Pro di Hossegor, cittadina delle Lande e meta di pellegrinaggio dei migliori surfisti continentali, che ha ospitato la tappa francese del campionato mondiale di surf femminile.

Per qualche giorno i venti e le onde della famosa spiaggia di Seignosse – nata grazie a Napoleone, che lì fece piantare chilometri e chilometri di pini che permisero la sedimentazione della sabbia ­– hanno lasciato spazio a una lieve brezza marina in grado di creare moti ondosi non sufficientemente alti per le professioniste del Team Swatch ma perfetti per appassionati e dilettanti alle prime armi (compreso il sottoscritto). Ed ecco che allora il surf esce dall’acqua e diventa uno stile di vita, che si muove ai ritmi lenti e sincopati della musica degli altoparlanti posizionati sulla spiaggia e ai chioschi del centro di Hossegor. L’atmosfera non è più quella hippie degli anni ’70, quando i pionieri della tavola come i fratelli Kelly (raccontati nel film Drift - cavalca l’onda del 2009) fecero del surf una religione.

Una surfista scruta l'orizzonte in attesa delle onde. (Credits: Swatch)

Le bancarelle di oggetti fatti a mano e i laboratori artigianali di tavole da surf hanno lasciato spazio ai negozi dei grandi marchi, che si susseguono uno dopo l’altro nelle vie del centro. All'interno i turisti acquistano costumi lunghi con colori fluo, come vuole la moda del momento. Eppure l’ambiente – in cui si respira ancora l’odore di crema solare e paraffina (utilizzata per migliorare il grip sulle tavole) – è ancora in grado di stimolare i sogni dell’uomo comune. Lungo l’Avenue du Touring Club capita di incontrare le atlete, che in attesa delle gare si rilassano passeggiando con i fidanzati (ovviamente anch’essi surfisti) e fanno visita ai negozi degli sponsor, che poi sono quelli che finanziano le loro trasferte in giro per il mondo. Le ragazze del Pro Tour – tutte giovanissime, tra i 17 e i 23 anni – viaggiano senza sosta, per quasi 10 mesi l’anno, e quasi sempre sono figlie d’arte. Come l’hawaiana Coco Ho, figlia della leggenda Mike, che non riesce nemmeno a ricordare la prima volta che ha messo i piedi su una tavola da surf. “Probabilmente ci sono nata” ­scherza la ragazza, che ha gambe d’acciaio e la parte superiore del corpo scolpita dalle ore spese a “remare” nelle acque delle Hawai. Il risultato è un fisico asciutto, con poco seno e glutei da fare invidia alle più allenate delle wags, che morirebbero di invidia nel vedere le facce dei maschietti alla passaggio delle ragazze infilate nei loro micro-bikini. A Coco la cosa non dispiace affatto – con un manager, un trainer e un addetto stampa personale è “costruita” per stare sotto i riflettori – ma durante le sessioni con i media fatica a staccare gli occhi dall’oceano, il suo ambiente naturale: “scusate, ma potremmo gareggiare da un momento all’altro”.

La surfista hawaiana Coco Ho, figlia della leggenda vivente Michael Ho, in azione nelle acque di Seignosse. (Credits: Swatch)

In realtà, dopo due giorni senza un filo di vento, di gareggiare non se ne parla. Fa tutto parte del gioco – dicono – che comprende lunghe attese intervallate da qualche lezione di surf, utile per cercare di capire (e carpire) alcuni segreti della disciplina. La tavola non è la shortboard utilizzata dalle ragazze ma una funboard – il nome è presagio di divertimento solo in parte – utilizzata dai principianti perché più stabile, data la maggiore lunghezza, ma soprattutto in grado di facilitare la remata, il vero spauracchio dei surfisti alle prime armi. Per eseguirla in maniera corretta bisogna posizionarsi con i piedi leggermente al di fuori della coda, ricercando il giusto equilibrio, staccare il petto dalla tavola inarcando la schiena e infine cominciare a menare le braccia in acqua. Facile a dirsi, tremendo (fisicamente) a farsi. Sulla tavola nuotare senza sbilanciarsi sembra diventare la cosa più difficile del mondo. Ci si muove sempre rivolti verso il mare, alla ricerca dell’onda propizia che tendenzialmente – lo si impara molto presto – è quella successiva a quella scelta, che si spegne in un amen. Una fatica immensa, ma il gioco pare valere la candela quando dopo decine di minuti spesi a dimenare le braccia in acqua si riesce, ormai stremati, a cavalcare l’onda. La regola per alzarsi in piedi sulla tavola – sogno bagnato di qualunque neofita – è di guardare sempre avanti. Per riuscirci servono almeno una trentina di cadute con altrettanti ritorni e remate al punto di partenza, al largo, aspettando pazientemente l’arrivo di una nuova onda e l’inizio di una nuova sfida.

Il fisico mozzafiato della francese Justine Dupont, idolo di casa. (Credits: Swatch)

Così torniamo all'inizio. L’immagine è quella delle sagome immerse nel mare, una affianco all'altra, dell’australiana Nikki Van Dijk e di Mahina Maeda, sedicenne delle isole Hawai che dopo il successo nella categoria junior è senza dubbio il personaggio del momento. Le due finaliste restano in silenzio, come i protagonisti di “aspettando Godot”, che scrutano l'orizzonte in attesa di qualcosa che sembra non arrivare mai. Alla fine però l’onda arriva. Quella giusta la prende l’australiana Van Dijk che con un paio di top turn – la mossa che prevede una risalita verso la cresta e una discesa improvvisa, ruotando di scatto la tavola – si aggiudica vittoria e montepremi. Tutto in vista di una nuova onda che le ragazze aspetteranno nelle acque di San Clemente, in California. D'altra parte le "sale d'attesa" del Pro Tour sono quanto di più bello il pianeta terra sia in grado di offrire.

Il tramonto visto dalla spiaggia di Seignosse.

@teosemoli

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