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Viaggiare (e vivere) con il poker

Pier Paolo Fabretti, punta di diamante del team PokerStars, racconta la sua vita tra uliveti e viaggi da sogno

Sulle colline toscane, a un passo da Montepulciano, Pier Paolo Fabretti raccoglie le olive nel campo di fronte al suo casale. No, Fabretti non fa l’agricoltore ma il giocatore di poker. Anzi, al tavolo da gioco è uno dei migliori in Italia– è membro del team romano di PokerStars ed è stato giudice delle due edizioni de La Casa degli Assi – con un montepremi in carriera di oltre 378 mila euro.

Per Pier Paolo il poker è oggi una professione, ma ancora prima è stato il motore di una vita che si divide tra la sua casa di campagna, dove ha scelto di vivere sostenendo uno stile di vita “sano” e sostenibile, e i viaggi verso le mete più belle ed esotiche del pianeta dove si svolgono i principali tornei del poker mondiale. Luoghi e culture che senza un "lavoro" così particolare difficilmente un ragazzo di 28 anni – Fabretti ha iniziato quando ne aveva solo 18 – avrebbe avuto la possibilità di scoprire. Vero Fabretti?

“E’ evidente che sia il poker che mi ha permesso di vivere come vivo oggi. Con un qualsiasi lavoro di ufficio non mi sarei mai potuto trasferire in campagna e seguire la mia filosofia di vita. Soprattutto non avrei mai potuto visitare tutti i posti in cui sono stato negli ultimi 10 anni..”.

Quanto viaggia un giocatore di poker?

“Mediamente molto, e nel mio caso almeno una volta al mese. Ma durante i primi anni di attività la mia fortuna, come quella di tanti altri, sono stati i tornei ‘satellite’”.

Cioè?

“Sono dei tornei online da 50-100 euro grazie ai quali si può vincere la partecipazione a un grande evento con spese di vitto e alloggio pagate. Così ho iniziato a fare, appena maggiorenne, i miei primi viaggi”.

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Pier Paolo Fabretti al Casino di Saint Vincent. – Credits: Poker Stars

Quali sono i luoghi più belli che hai visitato? 

“Las Vegas, Bahamas, Dublino, Barcellona, Malta. Posti che a vent’anni difficilmente mi sarei potuto permettere di visitare, e sicuramente non in alberghi così lussuosi! La mia prima volta a Las Vegas ho dormito al Palms in una suite al 40esimo piano da 300 metri quadri.. molto più della mia casa di allora. Alle Bahamas invece sono stato all’Atlantis, uno degli alberghi più belli del mondo, con acquario, scivoli, camere con vista sul mare…”. 

Però il motivo principale del viaggio resta il torneo…

“Ovvio. Da mezzogiorno alle otto di sera si gioca, poi si può uscire e vedere la città. Se si viene eliminati, e non ci si dedica al cash game, si possono avere anche una decina di giorni per fare i turisti. A Las Vegas, dove le World Series iniziano a fine maggio e finiscono la prima settimana di luglio, anche un mese”.

Che gente si conosce durante questo tipo di tornei? 

“Mi è capitato di incontrare chiunque: dal padre di famiglia con moglie e figli, fino al ragazzino che sogna di fare il professionista. Il poker è un gioco totalmente trasversale”. 

I personaggi più curiosi?

“Beh, in America il cow boy al tavolo te lo trovi sempre, così come il classico texano in visita a Las Vegas. Però voglio sfatare un mito sui giocatori professionisti: la maggior parte sono persone normalissime. Si pensa che il poker sia un gioco per gente strana ma nella realtà quelli forti sono persone istruite e con grandi capacità cognitive. Fare il professionista non è uno scherzo”.

Come si può imparare? 

“Prima di tutto bisogna formarsi dal punto di vista caratteriale. Lo stress è tanto, sia nelle vittorie che nelle sconfitte. Ci sono dei periodi negativi e positivi, come in tutte le attività lavorative, ma non saper gestire questi momenti nel poker può essere devastante. Serve sviluppare uno spiccato senso della misura e sapersi controllare dal punto di vista mentale”.

Si guadagna tanto?

“Dipende. Tra i giocatori dei tornei c’è lo studente universitario che lo fa per arrotondare, chi lo fa per lavoro o chi lo fa per un periodo. Poter essere professionisti ha indubbiamente dei vantaggi, come il non avere orari d’ufficio, ma ci sono anche tutti i malus tipici del lavoro autonomo. Ad esempio non c’è nessuno che ti paga ferie e malattie...”.

Qual è quindi il segreto per diventare dei pro? 

“La verità è che per far diventare il poker un lavoro non basta essere bravi al tavolo ma c'è bisogno di un approccio imprenditoriale che va al di là del gioco. Riuscire a gestire il tempo, saper affrontare le perdite così come le vincite sono qualità imprescindibili per un professionista”. 

Come vivi oggi?

“Nel mio casale di campagna, dove mi sono trasferito dopo tanti a Roma. Il progetto è quello di farlo diventare un agriturismo nel quale passare una vita a misura d’uomo e lontana dalla frenesia della grande città”.

Ci racconti la tua giornata tipo?

“Innanzitutto non ho smesso di viaggiare. Il mio anno solare si divide tra un 20% di tornei dal vivo e un 80% di tornei online. Quando sono a casa lavoro circa 6 ore al giorno, quanto mi serve per guadagnare lo “stipendio” necessario per perseguire il mio stile di vita. Quello che ho conosciuto anche grazie al poker e del quale non riesco più a fare a meno”.

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