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Il terremoto sull'Everest? Come essere sulle Torri l'11 settembre

Alberto Peruffo, esperto himalaysta, spiega gli effetti del sisma al campo base. E come per gli alpinisti non si tratti di un rischio così eccezionale

NEPAL-EVEREST BASE CAMP-AVALANCHE

Matteo Politanò

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"Ho ben presente cosa hanno vissuto le persone travolte dalle valanghe dopo il sisma. Il 'soffio della valanga', com'è chiamato da noi alpinisti, ha trasformato i sassi in proiettili". Questo il primo commento di Alberto Peruffo, socio del Cai di Montecchio Maggiore (Vicenza), che ha preso parte a due spedizioni sulle vette dell'Himalaya, nella zona dell'Everest. "I terremoti sono terribili ovunque, ma vivere un'esperienza del genere è come trovarsi sulle Twin Towers l'11 settembre: al campo-base dell'Everest non c'era come ovvio niente di fisso e quindi tavoli e sedie che erano fuori dalle tende sono diventati proiettili, insieme a pietre e altri residui. Come essere esposti a raffiche di mitragliatrici...".

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Le è mai capitato di affrontare una valanga in quelle zone?
"Nelle mie spedizioni fortunatamente è andato tutto bene. Siamo caduti in qualche crepaccio, ma non abbiamo avuto particolari emergenze. Verso l'Everest non esistono però zone sicure: il pericolo è sempre in agguato e arriva soprattutto dallo staccarsi dei seracchi, ghiacciai che cadendo creano valanghe immense che spazzano e trasportano rocce e alberi scatenando quello che noi chiamiamo come detto 'soffio della valanga'. Il terremoto ha amplificato questo rischio: in particolare, la principale parete di accesso all'Everest ha una prima sezione con grandi seracchi che bisogna necessariamenete attraversare: dura parecchie ore e non hai vie d'uscita... se ti ritrovi nel mezzo quando si scatena un sisma, o sei inghiottito o vieni travolto. Non c'è davvero possibilità di salvezza".

In questo caso siamo quindi di fronte solo a una tragica fatalità?
"Come si sa, il turismo di montagna ormai di massa ha portato a tante tragedie per spedizioni di alpinisti senza l'esperienza sufficiente e per di più negativamente esaltati dal sogno di arrivare in cima. Turisti che vengono letteralmente 'portati in alto' dalle guide, gli sherpa, e che non sanno poi nemmeno scendere in autonomia. Il terremoto è però un evento a sé, una pura fatalità, anche se ora ci sono di sicuro tanti presunti alpinisti bloccati in un punto critico e incapaci di sbrigarsela da soli, come invece sa fare chi è esperto di montagna". 

Che rischi ci sono per le spedizioni del futuro? Cambieranno le vie?
"Niente di diverso rispetto al passato. Mi spiego meglio: le catene di cui stiamo parlando sono soggette a tanti terremoti, difficili per non dire impossibili da prevedere, e nella parte orientale dell'Himalaya c'era già stato alcuni anni fa un sisma molto forte che ha cambiato la fisionomia di un'intera valle. In quella zona le sezioni dei percorsi vanno quindi rifatte ogni anno, a prescindere dai terremoti".

C'è una soluzione per rendere queste zone montuose più sicure? 
"Ogni anno ci sono tantissimi morti sui percorsi verso l'Everest, per lo più guide sherpa. Ci sono delle esigenze di turismo che contrastano con la sicurezza: troppe persone inesperte si avventurano verso l'Everest in cerca di una storia da raccontare. Una proposta potrebbe essere quella di consentire l'accesso al campo base senza l'utilizzo di ossigeno, se non per scopi medici: questo permetterebbe di restituire la montagna a chi sa viverla e scalarla con esperienza, evitando tanti alpinisti improvvisati. Detto questo, certi drammi non si possono prevedere: parliamo di zone a rischio per definizione". 

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