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La lunga marcia di Alex Schwazer

A tu per tu con il marciatore che si appresta al ritorno dopo la squalifica per doping: "Ho imparato dai miei sbagli. E vado più forte di prima"

Alex Schwazer

Gianluca Ferraris

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La pista è sottile, azzurra, schiacciata fra i binari ferroviari che corrono lungo la Nomentana e i resti di un campo rom. Sotto la ruota un po’ inquietante del vecchio luna park alle sue spalle, il ragazzo biondo fa stretching incitato dai Daje! di un capannello di anziani. I 186 centimetri per 68 chili e la tuta nera senza sponsor lo fanno somigliare a un’acciuga ariana, ma quando inizia a marciare sfrecciando in mezzo a dog sitter e passeggini è impossibile non riconoscerlo.

Parco comunale delle Valli, Roma Nord, mattina d’inverno macchiata da fioriture precoci: l’allenamento di Alex Schwazer comincia qui come ogni giorno dallo scorso aprile, quando ha annunciato il suo ritorno in pista. Obiettivo Rio de Janeiro. Obiettivo agosto. Obiettivo medaglia olimpica, dopo quella centrata nella 50 chilometri di marcia a Pechino 2008 e mai difesa a Londra 2012: positivo all’eritropietina, la famigerata epo che ha stroncato decine di carriere sportive, Schwazer ha saltato i Giochi e subito una squalifica dalle gare che scadrà il 29 aprile. Fino a quel momento non potrà mettere piede in alcuna struttura federale. Dopo, gli resteranno al massimo due appuntamenti per ottenere il pass a cinque cerchi: prima chance utile, il mondiale per nazioni del 7 maggio che si correrà a Roma, ormai per lui una seconda casa.

«Qui sto bene. Per la prima volta in vita mia non sento la pressione», racconta Alex a Panorama mentre addenta il suo carburante mattutino: doppio caffè e doppia fetta di torta con rinforzino di Nutella. Da quando è tornato ad allenarsi seriamente non assume nè integratori, nè vitamine, nè bevande energetiche. «Ieri avevo qualche linea di febbre e non ho neanche preso l’aspirina», sussurra. Nessun farmaco, neanche quelli consentiti. Eppure le performance sono ottime. Prima di Natale Schwazer ha percorso 40 chilometri in poco più di tre ore ad una velocità che non è facile tenere neppure per un corridore. In un test successivo, ha coperto quattro volte di fila i 5 chilometri con un passo crescente, non lontano dai tempi che ne hanno fatto un pluriprimatista, con frequenze cardiache che lasciano spazio a grandi miglioramenti. E anche a malevoli sospetti, ovvio. «Ne sono consapevole», ammette. «Se tornerò ai miei livelli di un tempo, salterà sempre fuori qualcuno che dirà si dopa ancora. Se sbaglierò, qualcun altro sosterrà che è perchè non mi drogo più. Ma non ho nè il tempo nè la voglia di occuparmene. Da maggio in poi gareggerò solo per me stesso, anche se spero che il mio impegno riesca a convincere i diffidenti. E a ribaltare un modo di pensare, accusare, assolversi e autoassolversi che nuoce alla convivenza, oltre che allo sport. Se volete farmi un regalo, evitate qualsiasi coro e giudicatemi solo per come marcio». Se non dovesse bastare, ci sono i test ai quali ha accettato di sottoporsi: 23 controlli ematici e quattro esami antidoping della federazione internazionale di atletica negli ultimi nove mesi. Tutti a sorpresa, tutti negativi.

In mezzo, cinque ore di training al giorno, sette giorni su sette, fra il piccolo hotel dove si è trasferito e i falsopiani della Salaria. In pista l’espressione del viso trasmette concentrazione, gli occhi si staccano dall’orizzonte solo per controllare il cronometro («Fosse per me lo toglierei, più mi sento libero e meglio corro. Ma serve...»), l’andatura è sciolta, elastica, sostenuta. «Sembra di vedere Maradona che palleggia», dice Mario, uno dei pensionati che lo applaudono da una panchina. Sport diversi, paragone calzante perchè ricorda che anche se a 25 anni eri sul tetto del mondo nessun talento ti protegge dalla caduta

«Il talento, però, è ciò a cui devi aggrapparti per risalire quando di anni ne hai ancora soltanto 31 e gli errori te li sei lasciati alle spalle», chiosa Sandro Donati, icona mondiale della lotta al doping sportivo - è uno dei consulenti della Wada, l’agenzia antifrode che ha smascherato Lance Armstrong e schiere di velocisti - e nuovo preparatore di Alex. Ciascuno dei due ha puntato sull’altro, sulla sua capacità di guadagnarsi di nuovo la ribalta sconfiggendo l’omertà del mondo dell’atletica, e per ora ha vinto la scommessa. Cronometro in mano, ordini secchi trasmessi in tono affettuoso e un appartamento a due passi dalla pista, Donati è diventato quasi un padre putativo per Alex, lasciando all’onnipresente manager Giulia Mancini quello di madre ombra, talmente coinvolta e protettiva che quando si è trattato di scegliere tra lui e Carolina Kostner (la pattinatrice, sentimentalmente legata a Schwazer fino allo scorso anno, appena rientrata da 21 mesi di squalifica scontati per averlo coperto durante un controllo antidoping) ha scelto lui. Anche i genitori naturali, mamma Marie Louise e papà Josef, non lo hanno mai mollato e ogni sera lo aggiornano via Skype sulle migliaia di lettere ed e-mail di sostegno che raggiungono la casa di Vipiteno dove si era ritirato nei giorni più bui. «All’inizio non volevo neanche uscire dalla mia stanza», confida. «È merito loro se ho scoperto che oltre agli allenamenti c’era una vita, fuori, e che andava vissuta con spensieratezza qualunque cosa accadesse». Pizze con gli amici d’infanzia, l’iscrizione alla facoltà di economia, il lavoro in un pub. Finchè nell’estate del 2013 Alex, un anno dopo quelle siringhe buttate nei cassonetti fuori mano come fanno i killer con le armi bruciate, si è rimesso la tuta. «Da solo per le mie valli, senza cronometro e senza pressioni, mi sono accorto che avevo ancora voglia di marciare», racconta. «E che se fossi riuscito a farlo con la testa sgombra, sarei potuto andare più forte di prima, più forte anche rispetto a quando mi aiutavo con sostanze proibite». Oggi l'atleta altoatesino si sente, parole sue, «un uomo consapevole, prima ancora che un atleta». Ma la sensazione, quando ti guarda dritto negli occhi mentre ti parla, è di vedere i segni di quella fatica e delle tante piccole ferite che l'hanno reso più adulto. E secondo Donati, anche più veloce.

È quasi ora di pranzo. Schwazer, zainetto no logo e giacca a vento a proteggere i muscoli, lascia il parco seguito con lo sguardo dal cagnolino Sumi, che gioca con lui ogni mattina, e dal suo padrone Renato, un ex ingegnere rimasto senza lavoro: «Quello è un ragazzo d’oro», dice indicandolo, abbassando la voce di un’ottava. «Vederlo rinascere giorno dopo giorno fa bene anche a me. Io so come ci si sente quando sembra che tutti ti voltino le spalle, quando non sai se riuscirai ad andare avanti, e come». L’abbraccio di Renato, di Mario e degli altri habituè del parco è la cornice perfetta per l’ennesima storia di ascesa, caduta e risalita che solo lo sport sa raccontare: Rocky Balboa, quando correva per le strade di Philadelphia, doveva sentirsi più o meno così. Solo che Alex sorride più di Stallone. Molto di più. Sorride a tavola, davanti a una doppia porzione di spaghetti cozze e pecorino. Sorride mentre scorre le tabelle di allenamento del pomeriggio: «Non mi sono fissato sui chilometri, preferisco sedute di qualità che vanno dalla resistenza alla velocità. La tecnica invece la curo ogni giorno perché il gesto corretto deve diventare una cosa automatica: so benissimo che avò addosso gli occhi dei giudici».

Prima del riposino e della seconda sessione di training c’è tempo per un’ultima raffica di domande. Si riparte, inevitabilmente, dal doping: «Non ho cominciato per andare più veloce. Ho cominciato perchè non ci stavo con la testa: avere più talento degli altri può essere una maledizione. Se vinci un’Olimpiade a 23 anni e hai un carattere come il mio, ti capita di finire nelle spire del perfezionismo, nella pretesa di andare ancora più forte. Non lo rifarei più, forse il vecchio Alex lo rifarebbe, ma quella che hai davanti ora è un’altra persona». Comunque, tiene a precisare, tutti i suoi successi precedenti al settembre 2011 sono immacolati. Medaglia olimpica compresa: «A Pechino ho vinto perchè ero più forte degli altri, ci sono le analisi», attacca. «Se ci sono altri campioni dopati? Le indagini della Wada dicono questo, e dicono anche che spesso è lo stress, e non la necessità di migliori performance, che fa compiere questo passo agli atleti. Le federazioni dovrebbero stare più vicine ai loro tesserati, invece di fare la voce grossa solo quando uno di loro, magari il più visibile e spesso anche il piùfragile, viene beccato. Ieri è toccato a Pantani, oggi a Schwazer e domani chissà». Sembrano parole di chi non vede più lo sport con gli stessi occhi di prima, invece Alex spiazza di nuovo l’interlocutore: «Lo sport è ancora in grado di regalare storie esemplari. Guarda Micheal Phelps, che ha battuto dodici record mondiali di nuoto eppure non si stanca di gareggiare in vasca. O Maurizio Sarri, che a Napoli vince insegnando calcio e semplicità».

A proposito di valori da trasmettere, nonostante la rottura con la sua compagna storica, Alex non ha archiviato il desiderio di un futuro familiare: «Vorrei avere dei figli. A loro, se me lo chiederanno, racconterò tutto del mio passato, soprattutto gli errori». Per lo stesso motivo, paradossalmente, non crede di voler fare l’allenatore una volta appese le scarpette al chiodo. «Penso che un tecnico debba essere un riferimento per i suoi ragazzi, dunque dovrebbe aver seguito per tutta la carriera una linea comune e immacolata. Ad ogni modo ci penserò più avanti: se sto bene posso marciare fino a quarant’anni». Ne mancano nove, a voler essere ottimisti ci sono altre tre Olimpiadi di mezzo, a cominciare da Rio. «È difficilissimo per tutti vincere, specie se lo hai già fatto», conclude Alex. «C’è il rischio di essere considerato un fallito anche se dovessi arrivare secondo, ma io non mi sentirò mai più così. Perché per arrivare lì avrò fatto migliaia di chilometri a piedi: una cosa che ho odiato e ora non odio più».   

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