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Kickboxing, Sergio Cesarino: il ring come riscatto sociale

Dal carcere al titolo italiano e all'azzurro della Nazionale: la bella rivincita messa a segno dal 28enne atleta di Matera

Messo al tappeto nella vita, non per sfortuna ma per errori commessi in gioventù, Sergio Cesarino ha saputo trovare nella kickboxing la via per tornare a rialzare la testa come uomo prima ancora che come atleta. 28 anni, di Matera, Sergio è infatti oggi uno degli atleti di spicco della Nazionale di Low Kick, disciplina nella quale è riuscito ad affermarsi dopo aver dovuto regolare i conti con un passato legato allo spaccio di droga e relativi anni di carcere.

Il ring come occasione (ben sfruttata) di riscatto sociale, dunque. La palestra come luogo in cui imparare la necessaria disciplina per tornare a camminare con la schiena dritta, ma anche per rimpossessarsi orgogliosamente della propria vita e del proprio destino.

Sergio, partiamo da qui: che volto ha il tuo presente?
“Quello della mia famiglia, di mia moglie e di mio figlio, oltre che dei miei genitori. Ho imparato ad amare e vivere onestamente. E la ricompensa è che oggi mi posso divertire con loro, oltre che nel fare sport”.

Prima invece…
“Prima avevo scambiato il giorno con la notte, lasciando scuola e lavoro per darmi ai soldi facili dello spaccio di droga. Mi sentivo intoccabile: avevo iniziato con piccole dosi da piazzare sul mercato fino ad arrivare a quantitativi importanti, come i 4 kg che mi hanno inchiodato al momento dell'arresto nel novembre 2009. Ho preso 6 anni con sconto sulla pena di tre, di cui 5 mesi in carcere e due anni ai domiciliari che, credetemi, per molti versi sono peggio della galera”.

Dopo la quale sei ripartito dal ring, giusto?
“Diciamo dal desiderio di rispettare il prossimo, che è quello che il ring insegna a fare nei confronti dell’avversario ma anche di tutti gli altri che vivono con te l’esperienza sportiva. Io combattevo già prima, ma ovviamente con un’altra testa: ironia della sorte, sono stato arrestato proprio da un finanziere che si allenava nella mia stessa palestra di allora… Tornare alla kickboxing è stata una scelta vincente, ma quella fondamentale è stata il voler cambiare vita una volta per tutte, di voler guadagnarmi i soldi onestamente per mettere su famiglia”.


Quali persone ti hanno aiutato in ambito sportivo?

“Per primo il maestro Biagio Tralli, oggi anche mio ct della Nazionale, a cui ho chiesto scusa per averlo deluso in precedenza e al quale devo anche il fatto – importantissimo – di aver trovato il mio attuale lavoro. Poi devo dire grazie alla Federazione (FIKBMS, ndr) nella persona del vicepresidente Riccardo Bergamini, che mi è stato accanto davvero come un padre e che insieme a Biagio mi ha aiutato a tornare sulla retta via”.

Risultando pure un atleta molto più forte di prima…
“Sì, tanto da conquistare il titolo italiano nella specialità di Low Kick e da togliermi con la Nazionale di kickboxing soddisfazioni davvero impensabili. L’ultima in ordine di tempo è stato il Campionato Europeo in Slovenia vissuto da protagonista, piazzandomi subito fuori dal podio: un’esperienza che mi ha dato ulteriore fiducia e voglia di lavorare ancora di più”.

Pensi che la tua storia abbia un messaggio, specie per i più giovani?
“Oggi sono fiero del fatto che il mio ‘sballo’ sta nel mio lavoro, che mi permette di portare il pane a casa, nella mia famiglia e nella kickboxing, che mi ha dato un’enorme mano a ritrovare il rispetto dei miei concittadini. Per questo il messaggio è semplice: dico ai giovani di conquistare il successo nella vita con il sacrificio e con il sudore, senza farsi incantare da facili guadagni. E se sono atleti, di sfruttare al meglio lo sport per arricchirsi dentro, per fare il pieno di sentimenti e valori puliti”.

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