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Giancarlo Garbelli, il pugile ritrovato

Morto nell'oblio, è stato proclamato dalla Wbc il più forte italiano di sempre: la figlia ne racconta ora la vita nel libro "Il fighter d'Italia"

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Gianpaolo Ansalone

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Sudore e fatica per un'ascesa e una successiva caduta racchiuse in un frullatore di emozioni di una vita mai monotona: questa la storia di Giancarlo Garbelli, uno dei pugili più popolari a cavallo tra gli anni Cinquanta e i Sessanta. Una storia raccontata ora dalla figlia Gianna nel libro "Il fighter d’Italia", omaggio - oltre che al padre - a un campione della boxe che ha combattuto contro i più grandi della sua epoca senza mai finire ko e i cui incontri erano sempre trasmessi in diretta Tv per la popolarità di cui godeva.

Un'ascesa irresistibile, quella di Giancarlo Garbelli, destinata però a trasformarsi presto in una parabola discendente (con tra l'altro un periodo di detenzione a San Vittore per motivi di droga e un’avventura in Brasile per diventare cercatore d’oro) che l'ha accompagnato fino alla morte avvenuta nel 2013, all'età di 82 anni. Un oblio durato a lungo, ma spezzato poi lo scorso maggio, quando Gianna Garbelli ha ricevuto la notizia del conferimento a suo padre della cintura Mondiale Wbc "ad honorem" come il più grande campione di boxe italiano di sempre: "E’ stato un premio che mi ha emozionato", commenta la figlia, "anche perché nessuno lo aveva sostenuto prima. Inizialmente non volevo crederci, me ne sono resa conto solo quando ho avuto tra le mani la cintura".

 

Ci racconta che tipo era suo padre, campione dimenticato e oggi ritrovato anche grazie al suo libro?
"Non è mai stato attaccato ai soldi: negli anni da pugile ha vissuto sì in maniera dispendiosa, ma anche regalato buona parte dei suoi guadagni a tanta gente, morendo poi con pochi spiccioli in tasca ma con una grande umanità nell'animo. Una volta gli chiesi cosa mi avrebbe lasciato in eredità e mi ha risposto 'il mio pensiero', e questo libro vuole essere proprio la trasposizione del suo essere. Ha avuto due matrimoni e sei figli, riuscendo sempre a essere un genitore presente, pur con tanti momenti difficili. E’ stata una persona generosa, non ha mai negato un aiuto a chi glielo chiedesse. E' stato anche un pittore apprezzato".

Quali sono stati i momenti più belli e quelli più drammatici della vita di suo padre?
"Nel mio libro è raccontato un secolo di vita attraverso mille storie e avvenimenti, quindi è difficile selezionare. Una delle più grandi soddisfazioni è stata sicuramente quella di aver resistito contro il fortissimo ungherese Laszlo Papp in un match chiuso con un pareggio il 26 dicembre 1960 a Milano. Momenti brutti ce ne sono stati tanti, ma il dolore più grande è per come è stato abbandonato dopo la sua carriera da pugile, perché tutta la sua vita era racchiusa nel ring e nella voglia di fare pugilato".

Abbandonato in che senso esattamente?
"Diciamo che è stato dimenticato, anche se non da tutti. È una cosa che purtroppo capita spesso nel mondo del pugilato ed è successo anche ad altri. Mio padre ha comunque sempre avuto una grande dignità, non ha mai chiesto niente e ha vissuto con la pensione minima: sono io che in fondo ho cercato di fargli riconoscere alcuni diritti, trovando l'appoggio dell’allora presidente del Coni Gianni Petrucci che ha riconosciuto il vitalizio a mio padre a 78 anni, 4 anni prima che se ne andasse".

Questo libro si propone solo come ricordo di suo padre o è mosso anche da qualcos'altro?
"Il primo messaggio è che il pugilato è uno sport ricco di valori, di fair play e che non è assolutamente violento. Ma il filone principale è senza dubbio la storia di uno dei più grandi campioni italiani, che purtroppo non ha potuto vederlo finito, così come non ha potuto vedere la cintura della Wbc. Mi piacerebbe molto che se ne ricavasse un film, sarebbe un ottimo modo per far conoscere ad ancora più gente la vita di uno dei più grandi pugili della storia della boxe".

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