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Donati: “Lotta al doping? Giusto punire le federazioni”

Il consulente della Wada sta dalla parte del presidente dell'Assocalciatori, Tommasi. L'idea rivoluzionaria: taglio dei finanziamenti per chi sbaglia

doping

Dario Pelizzari

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“Credo che potrebbe essere un buon segnale quello di penalizzare le federazioni in caso di scandali per commissariamento o eventuali casi di positività”. Parole e musica di Damiano Tommasi, presidente dell'Assocalciatori, che nel corso del convegno promosso dal Coni "Lotta al Doping: peculiarità, normative e strategie di contrasto. Aspetti giuridici ed operativi', andato in scena ieri a Roma, ha illustrato le logiche di un progetto che sa di rivoluzionario. Uno scenario, il suo, colmo di suggestioni e di risvolti ancora tutti da verificare, ma che ha già trovato il consenso pieno e diretto di Sandro Donati, consulente Wada (Agenzia mondiale antidoping) e autore di numerosi libri che hanno messo in luce i vizi e le virtù della lunga battaglia contro il doping.

“Tommasi rappresenta quel poco di nuovo che il 'sistema' consente, quel 'sistema' che è molto attento a non fare entrare energie e mentalità nuove e indipendenti – spiega Donati a panorama.it - Tommasi è una persona molto equilibrata e le sue riflessioni sono spesso originali. L'ha dimostrato sia quando giocava al pallone, sia nel suo percorso come presidente dell'Assocalciatori. E' stato l'unico a far notare la pericolosità insita nella logica di premiare in termini di investimenti le federazioni che raccolgono maggiori successi in ambito internazionale. Per coerenza, dovrebbe essere evidente che le stesse federazioni andrebbero penalizzate nel caso in cui si dimostrino complici od omissive per fatti legati al doping. E' sconcertante che sia l'unico, tra quelli che hanno partecipato al convegno, ad aver espresso qualcosa di nuovo”.

Cinquanta miliardi l'anno, ma c'è chi dice che sia pari a 200. E' il giro d'affari dei farmaci illegali e contraffatti venduti nel mondo dalle mafie internazionali secondo il rapporto presentato al convegno dal comandante dei Nas, Cosimo Piccinno. “Un euro investito su uno stupefacente rende 16 volte, sui farmaci 2500”. Numeri da bollino rosso, che non fanno altro che certificare la gravità di un fenomeno, quello del doping, in continua espansione.

“Non bisogna esagerare. Da quello che so io soltanto le sostanze stupefacenti possono garantire un ricarico così elevato. Per intendersi, un chilo di cocaina, che in Bolivia costa 600 euro, in Europa può generare un introito fino a 60mila euro. Non bisogna usare l'enfasi per spiegare il fenomeno del doping. Sia chiaro, il traffico di farmaci esiste, come pure l'interesse in merito dell'industria farmaceutica, che produce molto di più delle reali esigenze del mercato e si trova nella necessità di allargare il numero dei potenziali acquirenti, promettendo risultati straordinari anche in ambito sportivo. Il problema sono i grandi numeri. Ha ragione il generale Piccinno quando parla del pericolo che si nasconde dietro le farmacie online, della possibilità cioè di ricevere il prodotto direttamente a casa garantendo l'anonimato di chi lo acquista. E' questo oggi uno dei grandi limiti nella battaglia contro il doping”.

Da diversi anni in Italia si parla della lotta al doping come una delle priorità del nostro sistema sportivo. Ci sono aspetti che caratterizzano il nostro Paese rispetto agli altri?

“Non è corretto ragionare in termini troppo stretti. Il doping è un fenomeno tipico di tutti i Paesi al mondo e prevede alcuni denominatori comuni. Mi riferisco ad esempio ai medici 'dopatori', che diventano meta di riferimento per atleti di nazionalità diversa. Ma pure ad alcuni manager, che indirizzano gli atleti che fanno parte della loro scuderia, spesso eterogenea per discipline sportive e passaporto, presso i centri trasfusionali che permettono le emotrasfusioni. Ecco perché non si può fare un discorso legato a un singolo Paese, è un problema generale, che coinvolge tutti in tutto il mondo. Le Federazioni sportive internazionali hanno evitato per anni di affrontarlo di petto. Ora chi è più avanti di tutti in questo ambito è la Federazione ciclistica internazionale, perché messa in difficoltà dagli scandali che si sono succeduti negli ultimi tempi, ha deciso di dare un giro di vite al fenomeno con misure radicali ed efficaci. E' la federazione che meglio di altre affronta il monitoraggio degli atleti attraverso il sangue per quello che viene chiamato 'passaporto biologico'. Nelle altre federazioni, è una procedura che viene usata col contagocce oppure per niente”.

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