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Atletica: la sospensione della Russia e la lunga storia del doping dell'Est

Per essere ammessa ai Giochi 2016 la Federazione di Mosca è chiamata a un radicale cambio di rotta. Rispetto a un recente ma anche lontano passato

Con un'eco internazionale ridimensionata dai tragici eventi di Parigi, è arrivata nella serata di venerdì una semi-stangata della Iaaf, la Federazione internazionale di atletica leggera, ai danni della Russia dopo le accuse di "doping di Stato" formulate dalla Wada. Se infatti da una parte è stata stabilita con 22 voti a favore e uno solo contrario la "sospensione temporanea" degli atleti russi dalle gare internazionali, dall'altra non è ancora stata presa una decisione riguardo la loro partecipazione ai Giochi di Rio 2016.

Quel rapporto del 1972
Per riuscire a rientrare nell'orbita olimpica, la Federazione russa (e lo stesso Governo di Mosca) dovranno ora dimostrare un netto cambio di rotta rispetto al recente passato, che ha riportato alla mente il rapporto (allora segreto) redatto agli inizi degli anni Settanta dall’Istituto di Cultura Fisica di Mosca dall'inequivocabile titolo "Steroidi anabolizzanti e prestazioni sportive".

Il documento era in estrema sintesi il resoconto di uno studio condotto su alcuni atleti ai quali vennero somministrati anabolizzanti e steroidi tra il 1971 e il 1972, chiuso dalla raccomandazione da parte dello stesso Istituto di utilizzare tali sostanze perché miglioravano nettamente i risultati in gara, e non solo: "Gli steroidi aumentano la sensazione di forza", si leggeva infatti in quelle pagine, "incrementano l'appetito, inducono uno stato positivo e provocano il desiderio di allenarsi più duramente”.

Il "caso" Germania dell'Est
Se l'immagine dell'atletica russa è almeno in parte tornata a essere offuscata dall'ombra del doping come ai tempi dell'Urss, è invece ormai solo materia per gli storici dello sport il "fenomeno" Germania dell'Est. Con poco più di 16 milioni di abitanti, il piccolo Paese dell'allora blocco dell'Est riuscì infatti a conquistare 409 medaglie (di cui 160 d'oro) in cinque edizioni delle Olimpiadi nel ventennio dal 1968 al 1988, imponendosi in termini assoluti come la terza potenza sportiva di quel periodo alle spalle di Stati Uniti e Unione Sovietica. Successi che fecero storcere il naso a molti già all'epoca e la cui origine assai spesso (se non sempre) all'insegna del doping venne a galla solo dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989.

Storia estrema, ma al contempo emblematica di quel doping di Stato fu quella di Heidi Krieger, lanciatrice del peso che vinse tra l'altro l'oro agli Europei di Stoccarda del 1986. Heidi, alla pari di molti altri suoi compagni dell'atletica, venne imbottita di steroidi e ormoni a tali dosi che finì per assumere tratti somatici maschili e, dopo un periodo di depressione e un tentato suicidio, nel 1997 cambiò sesso per diventare Andreas.

Un'altra testimonianza delle efferatezze della propaganda sportiva della Germania dell'Est arrivò poi dal libro "I miei anni tra il dovere e la scelta", scritto dalla pattinatrice sul ghiaccio Katarina Witt (altra vittima della propaganda sportiva della Germania dell'Est), in cui - oltre al doping - si racconta come la vita degli atleti più noti fosse sottoposta a un continuo controllo da parte della Stasi, la famigerata polizia segreta del Paese d'oltrecortina.

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